Tu con me io con te …

Il dono più alto della genitorialità sta nel riconoscere la differenza del figlio, la sua incomprensibilità, il suo segreto.

Come oggi ci hai lasciati, diciassette anni fa, all’inizio di un nuovo anno che era il tuo 95°. E noi, grazie a Dio, siamo ancora qui a vivere e a ricordarti. A vivere, intensamente come è stato nella tua lunga vita; a ricordarti, sicuri che sei ancora tra noi, a indicarci la via. Quella via, che in realtà, potrebbe essere, perché no, di tutti.

Ed è una “distanza” quella che viviamo, inevitabile: fisicamente non sei più qui e da tempo. Ma è una distanza speciale, da abitare perché sei ancora tra noi, nei ricordi (tantissimi), nei nostri pensieri (desiderati) e nei nostri cuori (colmi d’amore).

Mi piace e mi fa sentire bene questa foto del 1962. Tu avevi 50 anni. Eri nel pieno del tuo vigore fisico ed eri felice, nonostante la tua vita fosse stata piena di esperienze terribili e di angosce. Ti ha sempre sorretto la speranza e credere in un avvenire migliore. Hai agito sempre di conseguenza. Ti ha spinto lo scopo di costruirti una famiglia felice a cui tramandare la tua felicità.

In un modo speciale, tutto tuo e personale, ci hai guidato e indicato le possibilità. Ci hai incoraggiato a vederle e ad amare quelle possibilità. Che con difficoltà mista a curiosità e stupore abbiamo colto.

Da parte mia, ho riconosciuto e riconosco sempre di più il dono che mi(ci) hai fatto, tra i tanti: riconoscermi nel mio essere ribelle e incomprensibile nei miei segreti, nella mia tenacia per voler distinguermi e voler ricercare la “mia strada”, quella strada di cui mi chiedevi spesso quale fosse e che, per te indecifrabile, comunque mi prospettavi per il futuro.

Grazie, papà.

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Citazione: da Il segreto del figlio di Massimo Recalcati ed. Feltrinelli

Immagine: foto di repertorio da archivio di famiglia (Pamato 1962)


Abitando il Natale

In viaggio verso il S. Natale: L’amore che si dona torna sempre indietro

Ormai ci siamo: “Black friday” e Natale coincidono …  Nel timing, non soltanto nella valenza. Infatti, sono sempre più accelerate ed intensificate le manipolazioni commerciali che giocano senza pudore alcuno sui sentimenti, sui valori e sui principi e che ti dicono come comportarti già subito dopo la festa di Ognissanti, anzi no, in realtà il fenomeno inizia la sera prima, una volta assorbiti i fasti di Halloween.

E noi? Che facciamo? Ci adeguiamo in tutta tranquillità. Come le stelle di un famoso romanzo di Cronin … stiamo a guardare. E stando così le cose, sembra ci vada bene.

Forse, allorquando il S. Natale ed altre ricorrenze importanti nella nostra tradizione diventeranno un retaggio per pochi, solo allora le manipolazioni commerciali e mediatiche cambieranno destinazione. Ma a quale prezzo?

Anche quest’anno, come già in passato mi sono soffermato e mi soffermo, anche io in anticipo, sul senso del S. Natale. Questa felice ricorrenza rimane per me e penso per tutti o per tanti un’occasione, una nuova opportunità, dono di un tempo scelto per riflettere, per guardarsi attorno e dentro di noi stessi. Uno spazio per trovare un nuovo inizio, per migliorare nella relazione che conta veramente e che giustifica il nostro passaggio in questo mondo: con noi stessi, con gli altri e con l’Alto.

Quest’anno, in modo più marcato, vorrei fuggire lontano da ogni tentazione di ipocrisia, dall’esteriorità, dalle abitudini consolidate che non siano quelle che hanno il sapore dell’autenticità e non del “pandoro”, della “cioccolata calda” o degli addobbi a tutti i costi. Vorrei agire lontano dalla pianificazione di feste e di regali.

Semmai, vorrei riscoprire ancora e ancora il senso della relazione sia in famiglia, sia nella società.

Infine vorrei ridare slancio, nuovo e rinnovato, al mio bambino interiore e alla sua originalità, proprio ricordando il significato del “bambino di Natale”. Il desiderio è di essere estremamente autentico nel dire a chiunque Buon Natale! Chiudo queste righe con una frase recentemente ascoltata durante un serial tv basata proprio sulle varie sfumature della festa del Natale che mi ha molto colpito e che voglio far mia reinterpretandola: L’Amore che si dona torna sempre indietro, infatti l’Amore che dai non va mai perduto … E ancora: … Siamo tutti alla ricerca dell’Amore, ma l’unico modo per riceverlo è donarlo …”.

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Immagine: Jesusretrouvé – momento tratto da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6)

Riferimento nel testo e citazione: frasi riprese da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6) e dal film Love actually – l’amore davvero di Richard Curtis – 2003

Riferimenti: cit. romanzo di A.J. Cronin, E le stelle stanno a guardare – 1935 – edito da Bompiani


Sorellina

Una sorella è un pezzo del tuo cuore che vive in un’altra persona …

Non è arrivata dalla porta, non ha suonato il campanello. La panciona della mamma è tornata una pancina. Benvenuta sorellina …

È l’affettuoso diminutivo che abbiamo sempre usato. È capitato anche in questi giorni. Come quella volta durante il Covid-19: Sorellina! Ho esclamato, e tu guardandomi dritto negli occhi, che in entrambi emergevano da mascherine poste malamente, hai risposto: fratellone!

Già questo incrocia il nostro essere veramente fraterni, ma anche la nostra storia.

Ovviamente per me lei più piccola e per lei io più grande.

Quando avevo 5 anni, sei arrivata tu a riempire, non inaspettatamente, la vita di mamma e papà e anche la mia. Solo che io non ero così “ometto” come recitava spesso mamma. Ero un bambino al quale si voleva dare importanza, ruolo attivo, responsabilità.

Ho deciso di non giudicare questa cosa, è andata così.

L’hai tanto voluta questa bimba, dice ancora oggi nostra madre.

Sono stato preparato minuziosamente al tuo arrivo, forse perché non ci fossero differenze di attenzione, gelosie, invidie, o altro. Insomma per agevolare la novità.

Ad un certo punto non so che cosa io pensassi. Ma mi era chiaro che stava succedendo qualcosa di molto importante.

Ero emozionato (paura?) e fremente anche di curiosità.

Ricordo solo pochi dettagli di quell’estate … In particolare i discorsi e le preghiere di mamma prima della tua nascita. Non credo sia stata una gravidanza facile.

Poi ricordo che rimasi da solo a casa con nonna Giustina e siccome questo era un fatto inusuale era evidente, a me bambino, che c’era qualche cosa di strano nell’aria che stava evolvendo. Non si vedevano le stesse cose di tutti i giorni. Non si respirava la stessa aria. Mamma non c’era a casa e papà non si capiva dove fosse. Nonna faceva discorsi evasivi. Io giocavo in quello che sarebbe poi diventato cortile. Oggi ho capito che mi stavo distraendo e cercavo di riempire il tempo dell’attesa.

Non so perché, ma giocando in solitaria, mi pareva ci fosse aria di festa.

La nonna si teneva, ma era chiaro che c’era apprensione per la figlia e esultanza per la nascita imminente della sua prima nipotina. Sicuramente anche timore che le cose non andassero bene.

Poi, al tuo arrivo, ricordo la prima visita in ospedale a Thiene, tu eri placida e tranquilla nella tua postazione di vetri. Tutto lasciava ben sperare.

Nei primi mesi, a casa, mamma mi coinvolgeva in tutte le incombenze di cura che ti riguardavano.

Non ricordo gelosie o altro.

Ma quando avevi circa dieci mesi, durante una notte ci fu una grande subbuglio in casa al piano superiore. Stavi male e non si sapeva che cosa fare. Papà, agitato ma non lo voleva far vedere, si dava da fare per chiamare qualcuno. Non tutti avevano il telefono. Mamma era disperata. Non avendo automobili ed essendo notte, grazie all’intervento provvidenziale di una giovane pediatra ospedaliera [*] riuscisti a venirne fuori con sollievo dei nostri genitori e anche mio, perché avevo pensato che avresti potuto cambiare idea e ritornartene da dove eri venuta.

Invece non era così. Ci volevi mettere alla prova per capire se veramente ti avevamo desiderato. E dopo averlo verificato decidesti di restare.

Ne furono felici anche la pediatra, i parenti e tutto il vicinato.

Da quel momento, dopo una specie di tirocinio, io venni nominato in pianta stabile tuo “protettore”, da parte materna. Non ricordo di aver sentito pronunciamenti paterni al riguardo. Ho sempre pensato che fossi di più la sua “figlietta”. In effetti il vestito di fratello maggiore lo sentivo un po’ stretto, ma francamente non mi dispiaceva questa responsabilità. L’idea di protettorato durò per anni, e sono convinto che per nostra madre sia ancora un po’ così. Invece non ho mai capito che cosa ne pensassi tu di questa” tutela” dichiarata.

Oggi, io vedo questa cosa come un’esperienza che ci ha fatto crescere e restare legati, senza giudizio e con comprensione reciproca.

Anche con equilibrata distanza.

La trovo anche divertente a discapito delle incertezze di un tempo.

Infatti le vicende successive, soprattutto quelle adolescenziali, mi affrancarono da questo ruolo, e ciò perché ognuno di noi si costruisce giustamente una propria strada affettiva e di esperienze personali.

Ci si emancipa.

Come che sia, oggi rimane, e non è poco, il sapere che ci siamo, io per te e tu per me, nel rispetto reciproco, nel dialogo che è aumentato con l’età.

Sono passati diversi lustri e su certi aspetti dobbiamo fare ancora strada, e sto pensando a me, ma in “famiglia estesa” riusciamo ad ascoltarci molto e questo consolida i nostri vincoli d’amore.

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Citazione: da fonte anonima in https://aforisticamente.com/

Immagini: dal repertorio familiare

Note: [*] Dott.ssa Silene Thiella, nota professionista di Schio – medico pediatra, neuropsichiatra e scrittrice

Testo: pezzo riordinato e aggiornato dal libro Diario 2021piccole storie molto personali (in parte transpersonali) di Gianni Faccin – GEDI 2021


Sette giorni insieme

Settimana di stacco

Non sono pochi sette giorni, eppur son volati via …
Eravamo nella nostra casetta vicinissima al Trasimeno, tutta in uno con il minuscolo centro cittadino, dal quale si poteva intravvedere il lago con due delle sue isolette verdi che sembravano galleggiare su di un calmissimo specchio ora verde ora azzurro.

Abbiamo lasciato ogni mattina la nostra casetta e la sua piazzetta per prendere confidenza con il lago e i suoi magici riflessi.
Abbiamo fatto lunghe passeggiate e alla sera siamo sempre tornati stanchi ma contenti, già desiderosi di prepararci per il giorno successivo.

La casetta è diventata un rifugio ove trovare riposo.

Tornare è stato sempre un sollievo ed abitare in questa casetta un sogno. Siamo stati molto bene e ci è parso di essere veramente “a casa nostra”, tranquilli, rilassati e al sicuro.

C’è un vecchio pezzo dell’epoca dei cantautori che mi torna sempre in mente in certe occasioni come quelle che si vivono in vacanza. Non so perché. So soltanto che mi vengono automaticamente in mente note e parole. E a quel punto mi chiedo: che c’entra questa canzone con quanto sto vivendo?

Forse questa canzone è una di quelle che mi hanno sempre accompagnato nella realizzazione di alcuni miei desideri … È una canzone del duo Loy & Altomare, “Quattro giorni insieme” (1974) che dice tra l’altro: … non ci annoiavamo mai. Sempre uniti insieme noi ci amavamo allegramente ed alla fine di ogni volta ci piacevamo un po’ di più. … C’era in ogni tua espressione quell’entusiasmo che tira su. … Stavi infondendomi la voglia di prender tutto come viene e di non chiedersi mai perché. Quattro giorni insieme senza mai avere dei contrasti senza un minuto di stanchezza contenti solo di star così.

Ecco, questi sette giorni sono stati proprio così. Quindi, da ripetere ben presto …

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Immagini: in evidenza Particolare portale casa a Tuoro (Reginetta), foto AnCa2023; in galleria Trasimeno da sopra, foto AnCa2023 – Giallo dal traghetto, foto GiFa2023 – Isola dall’isola, foto GiFa2023 – Riflessi, foto Gifa2023 – Galleggiante, foto Gifa2023

Riferimenti nel testo: brani dalla canzone Quattro giorni insieme di Loy & Altomare tratti dall’LP Chiaro del 1974


Nos couleurs

Parole per una ricorrenza …

Giallo come l’alba di ogni nostro nuovo inizio
Rosso come il fuoco che ci unisce
Blu come i nostri mari di tranquillità

E poi …

Arancio come i tramonti ammirati insieme a te
Verde come il nostro miglior prato
Viola come il mistero e la magia dei nostri primi incontri

Ed infine …

Azzurro come la leggerezza e la serenità
che ci sono sorelle nel nostro viaggio insieme

2023 speranze

Che cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più

E’ il tempo che passa, vola, viaggia in avanti senza guardare in faccia a nessuno.

Questo è.

E come succede per altri vissuti non si spiega, semplicemente è, e basta.

Rimane il dispiacere di non aver trascorso meglio quel tempo, di non aver avuto più coraggio, di non aver saputo scegliere.

Spesso siamo presi dal grande rumore di sottofondo e non prestiamo attenzione alla chiamata che ci viene rivolta, che ci sta innanzi. Come un pugno diretto in viso. Lui arriva, lo prendiamo, fa male, ma non lo vogliamo vedere.

Rimane il sapore amaro di non essere stati all’altezza delle situazioni, di non aver risposto a certe richieste, di non aver capito i segnali.

Rimane, anche come lontano ricordo, il disagio di essere stati d’impiccio se non addirittura offensivi. Di aver ferito.

E questo richiederebbe comprensione e il cosiddetto perdono. Rimane allora la speranza di un perdono.

Proprio di recente J. mi ha passato un biglietto che ha trovato casualmente lungo una strada. Un biglietto che le ha aperto gli occhi del cuore proprio parlando di perdono (erano i giorni dell’Avvento). Lo scritto, rovinato dalla pioggia, era ben chiaro e ancora una volta si rifaceva a un detto ben noto:

Dove c’è amore non c’è bisogno del perdono, perché quando ami, ami e basta”.

Amore? Ma quale amore?

Rimanendo su quanto riportato non può che essere un sentire che va oltre l’umano. Un sentire disinteressato, che ponendosi come centro della morale e della volontà, non può che divenire fonte di bene.

Pare difficile, ma ce la possiamo fare.

Ecco che si compongono le speranze che ci possono accompagnare nel tempo futuro.

Questo è, e basta.

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Citazione e riferimenti nel testo: attribuzione a S. Agostino

Immagine: Hope by Pixabay


Tenerezza

La tenerezza ci salverà … Quando il canto diventa poesia e preghiera …

Si può vivere senza ricchezza, quasi senza soldi.
Signori e principesse non ce ne sono quasi più.
Ma vivere senza tenerezza noi non si può. 

Si può vivere senza la gloria che non prova nulla,
essere uno sconosciuto nella storia e sentirsi bene. 
Ma vivere senza tenerezza non se ne parla proprio. 

Che dolce debolezza, che bella sensazione questo bisogno di tenerezza
che abbiamo dalla nascita, davvero! 

Nel fuoco della giovinezza nascono i piaceri
E l'amore fa prodezze per abbagliarci. 
Ma senza tenerezza l'amore non sarebbe nulla.  

Un bambino ci bacia perché lo rende felice. 
Tutti i nostri dolori spariscono, abbiamo le lacrime agli occhi. Dio mio!

Dio, nella tua immensa saggezza e immenso fervore, 
fa’ dunque piovere incessantemente nel profondo del nostro cuore
torrenti di tenerezza perché regni l’amore, fino alla fine del tempo.

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Citazione: by GiFa 2022

Immagine: Love and Orphan by Pixabay

Testo: traduzione di Tendresse di Marie Laforet Discogs 1964


Le radici

La casa è come un punto di memoria, le tue radici danno la saggezza e proprio questa è forse la risposta e provi un grande senso di dolcezza. E te li senti dentro quei legami, i riti antichi e i miti del passato. E te li senti dentro come mani, ma non comprendi più il significato …

O forse lo immagini e credi di comprenderlo.

Mi ha fatto un certo effetto riprendere in mano una foto come quella evidenziata. E’ una bella foto anche se scattata un po’ di corsa. Soprattutto è stata per me – specialmente di recente – molto importante per la consapevolezza di essere legato a qualcosa e a qualcuno di presente, di passato e, in un certo senso, di futuro.

Ho trovato risposta alla domanda che mi ponevo ogni qualvolta prendevo in mano l’album Radici di Francesco Guccini. Il famoso Lp riporta a tutta copertina la foto di antenati di famiglia. La domanda era “che senso ha questa immagine”? E la risposta era quasi sempre la stessa fino a quando ho intravisto qualcosa di importante anche in coloro che non ho mai incontrato di persona. Già da giovane mi rispondevo che era importante il legame familiare perché era chi direttamente o indirettamente mi aveva aiutato a nascere, a crescere e a diventare una persona adulta. Magari senza tante parole, oppure con esempi, sicuramente con scelte di vita semplici e complicate. Qualcuno finendo la propria vita in giovane età, qualcun altro facendo la propria parte fino a quasi cent’anni. Qualcuno vivendo in serenità nonostante tutto e qualcun altro lottando e soffrendo contro le avversità preponderanti nella sua vita. Chi in solitudine per scelta o disavventura, chi contribuendo ad una famiglia numerosa, chi senza famiglia oppure senza possibilità di generare. Ci sono state anche malattie devastanti oppure meno, ma quello che ricordo è la ricerca non costante ma presente di contatto e dialogo.

Ad un certo punto mi sono reso conto che capivo fino in fondo quel celebre detto: senza radici non si vola. (1)

Sì, ho cominciato a sentire con chiarezza dentro di me che non solo non si poteva fare a meno degli antenati vicini e lontani, ma che ogni singolo aveva a suo modo contribuito anche al mio destino. Con una reciprocità che come minimo interessava tante persone, tutte le persone presenti e non presenti della foto riportata.

L’importanza dell’antenato (nato prima) va assolutamente riscoperta. Non basta una vita per riuscirci, essendo al contempo in campo per essere noi antenati di qualcuno.

E’ una ruota che gira, si potrebbe dire. In realtà sento che è un filo invisibile che ci lega tutti assieme, alcuni più di altri. Ma tutti siamo collegati a quel filo, del quale non conosciamo né l’inizio né dove finisce. Conosciamo solo un tratto, in parte corrispondente al nostro vissuto.

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Citazione: da Radici di Francesco Guccini (brano tratto dall’album Radici EMI 1972)

Immagine: foto parenti del 1962 da archivio storico famiglia Pamato – Marchioro – Faccin – Lionello

Riferimenti testo: (1) Senza radici non si vola di Bert Hellinger – Ed. Crisalide 2001 (libro sulla terapia sistemica)


Verdi occhi

“Il linguaggio dell’amore sta negli occhi”

Sguardo colorato by Pixabay

Verde come i tuoi occhi.
Occhi spesso malinconici, quasi tristi.
Occhi sognanti.
Occhi attenti e stanchi.
Occhi svegli mai sazi di novità.
Occhi che scrutano.
Occhi blu con lampi gialli.
Occhi che cercano e che chiedono.
Occhi trepidanti d'attesa.
Occhi stupendi che si stupiscono.
Occhi amorevoli.
Occhi che sempre accarezzano.
Occhi mai distanti.
I tuoi occhi.
Verdi occhi.

Citazione: by John Fletcher, scrittore e drammaturgo inglese