Tempo giusto

Agosto mese di pause … riposo, pace, riflessione, riconnessione … ma anche di investimento. Investimento in cosa? In nuovi impegni? No, in coraggio …

Mai come il corrente mese è stato, è e sarà un mese di potenziale ricentratura, come mi è stato detto di recente da qualcuno. Ricentrarsi, riconnettersi, rigenerarsi, ripartire … Insomma, un nuovo inizio. D’accordo, ma questo può esserci durante e dopo un ritrovato momento di pausa che quasi sempre significa ascolto di sé e silenzio. Se invece continuiamo a controllare e a interpretare o semplicemente osservare le notifiche che inevitabilmente ci arrivano a tutte le ore da destra e da sinistra, da sotto e da sopra, non credo che una autentica centratura si possa raggiungere, semmai riusciremo riconnettere soltanto i nostri dispositivi … Non si tratta di attivare uno spam generalizzato, ma di mettere in standby ogni nostra sovrastruttura, a cominciare dagli stessi smartphone di cui siamo ormai schiavi.

Mi sovviene il ricordo di chi se ne va in ferie per godersi la necessaria e desiderata vacanza (etimologia: vacare = essere vuoto) e porta con sé del lavoro per non farsi mancare nulla, anzi per riempire quel vuoto.

Credo che questo mese, che si ripete negli anni, sia una delle rare occasioni per fermarsi e fare della pausa un “tempo giusto”. Per regalarsi un nuovo inizio, appunto.

Le parole chiave sono investimento e coraggio. Investire significa, tra le altre cose, attribuirsi un diritto, un titolo, un potere; e ancora, conferire diritti e dignità. Peccato che, nell’uso comune, sia collegato essenzialmente ad operazioni finanziarie o immobiliari oppure ad incidenti stradali.

Coraggio significa, in una delle più note accezioni, forza d’animo connaturata, o confortata dall’altrui esempio, che permette di affrontare, dominare, subire situazioni scabrose, difficili, avvilenti, e anche la morte, senza rinunciare alla dimostrazione dei più nobili attributi della natura umana. Cosa vuol dire avere coraggio? Questa parola richiama al cuore. Deriva dal latino cor habeo, che vuol dire avere cuore, agire con il cuore. Il coraggio quindi è quella forza d’animo che ci viene quando facciamo le cose a cui davvero teniamo. Quella “forza nascosta” che ci fa affrontare le paure e i pericoli. Peccato che, nell’uso comune, sia collegato spesso ad eventi caratterizzati essenzialmente da impudenza e sfacciataggine.

Oggi una persona mi ha detto: “Già, ma per cambiare qualcosa bisognerebbe trovare il coraggio …”. Ecco, sono d’accordo, ma aggiungo che per trovare dentro di sé il coraggio, occorre mettersi in ricerca, altrimenti quella forza nascosta oltre a continuare a rimanere tale resterà anche disattivata.

Trova il coraggio, quindi. Ma per trovarlo cercalo! Comincia col metterti in pausa vera. Chi te lo impedisce?

A te che leggi lo auguro di cuore, e lo faccio con dei versi di una splendida persona, professionista e poeta.

.

Bellissimi versi il cui titolo potrebbe essere anche: Stacca Cerca Trova! Il vero coraggio, si alimenta da subito nel momento in cui riusciamo a prendera la giusta distanza nel “tempo giusto”. Presupposto di autentica serenità.

A rileggerci a settembre!

.

Citazione: Incipit dell’autore

Immagine 1: Embrace by Pixabay

Immagine 2: Serenity by Mitacon Onlus

Riferimenti nel testo: Treccani.it e Wikipedia

Versi: Trova il coraggio di Alessandra Galiotto – https://www.poetipoesia.com/?audiolibro=alessandra-galiotto-barba


MyBamboo

… ciò che accade è determinato soprattutto da noi stessi …

Non è il nome di una nuova app che riguarda l’utilizzo dei germogli di bambù. Lo so, secondo la cucina asiatica, i germogli di bambù sono ingredienti dalle interessanti proprietà benefiche da sperimentare anche per dare un tocco orientale ai propri piatti. Lo so. Qualcuno ne va pazzo.

Io, in verità, sono incuriosito da questa pietanza, ma quanto sto scrivendo ha a che vedere con la curiosità per la pianta in quanto tale, che dopo anni ha iniziato a svilupparsi, come speravo, vicino all’orto.

Molti si preoccupano che non diventi invasiva, creando problemi di gestione.

Invece per me ha un significato di bellezza e di libertà. E perché no, di selvatichezza. In verità non so se posso definire questo bambù selvatico, ossia appartenente ad un ambiente non contaminato dalla presenza o da strutture umane, in quanto se è lì e sta crescendo dipende da noi che l’abbiamo inserito volontariamente in quella posizione. In ogni caso mettiamola così: vorrebbe essere anche selvatico. Per questo mi richiama libertà e bellezza, questo grazie al suo aspetto vigoroso e al suo puntare dritto verso il cielo, anche in pochi giorni.

MyBamboo è rimasto riflessivo per qualche anno. Poi improvvisamente, in pochi mesi, si è come svegliato, si è moltiplicato e ha iniziato a farsi notare spiccando il volo tra le erbe sgradite. Credo che in poco tempo si formerà un bell’angolo caratteristico con diverse alte canne verdi, prima che il tempo le consolidi nei fusti che ben conosciamo.

Mi è subito parso che la crescita fosse ben augurante e carica di significati. Cercando, ne ho trovato conferma in alcuni cenni storici di questa pianta, che merita un attento ascolto.  Infatti la lunga vita del bambù lo rende per i cinesi un simbolo di lunga vita, mentre in India è un simbolo di amicizia. Eppoi, diverse culture asiatiche credono che l’umanità discenda da uno stelo di bambù. Nel mito filippino della creazione, la leggenda narra che il primo uomo e la prima donna vennero liberati per l’apertura di un germoglio di bambù che emerse su un’isola creata dopo la battaglia tra le forze elementari (Cielo e Oceano). Nelle leggende della Malesia una storia simile include un uomo che sogna una bellissima donna mentre dorme sotto una pianta di bambù; si sveglia e rompe lo stelo di bambù, scoprendo la donna all’interno di esso. In Giappone, molto spesso una piccola foresta di bambù circonda un monastero scintoista come parte della barriera sacra contro il male. Si potrebbe continuare.

Nel mio caso, la pianta del bambù è un mio aggancio, in quanto depositaria non soltanto di bellezza e di libertà, ma anche di resilienza, quella parolina magica che definisce la capacità di una persona o di una collettività di affrontare e superare eventi complicati o traumatici o un periodo di indubbia difficoltà. Tener duro, essere perseveranti e affrontare le fasi della vita.

.

Citazione: da Le sette regole per aver successo di Stephen R. Covey – Franco Angeli

Fonti: Wikipedia, parquet.disegnarecasa.com e Greenme.it

Immagini: foto MyBamboo1 e 2 by GiFa2023


The little bird

... Felice mi spargo nell’atmosfera: abbandono le fatue passioni e mi spingo in alto a purificarmi
verso la regalità dei cieli

Oggi giorno è di pioggia e non svolazzi come al solito, apparentemente senza meta.

C’è anche vento forte e non si sente il tuo cinguettare, che ai più non pare mancare.

Eppure i tuoi concerti gratuiti sono ben presenti a tutte le ore del giorno.

Rivolti a tutti da mane a sera.

Oggi sarai nascosto tra i rami di qualche folta pianta, solo o con altri uccellini.

Oppure sarai in uno dei tuoi rifugi fatti di cemento da cui entri ed esci dalle fessure che il tempo e le intemperie hanno provocato.

I tuoi movimenti incuriosiscono e consegni a noi umani il senso della vita facendoci rivolgere lo sguardo alla nostra interiorità spesso rivolta a questioni non del tutto importanti.

Tu voli libero e veloce, con una meta che a noi sfugge.

Guardi all’essenziale e affronti i bisogni del momento.

Rincorri le necessità tue e di altri, ma rimani libero.

Incuriosiscono anche i tuoi “non movimenti”, dal momento che il brutto tempo consiglia di fare riposo, prendere pausa, stando nascosti.

Dove sarai? Come ti muoverai? Avrai un programma?

Ti ho incontrato ieri, vicinissimo, è mi ha impressionato che subito non sei volato via. Mi hai osservato, misurato, e cos’altro?, e poi ti sei spostato su altri rami per poi volare altrove.

Noi pensiamo spesso che la vita di un piccolo uccello non abbia senso. In verità rappresenta una libertà meravigliosa, al punto che val la pena d’essere ammirata e descritta. A saperlo cogliere, il volo e i movimenti suoi assumono contorni più luminosi di un giorno azzurro e senza nuvole.

.

Citazione: da Libero come un uccello di Teodoro De Cesare (Poesiaeracconti.it)

Immagine: Bird by Pixabay


Quando qualcosa finisce

… uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane …

Quando qualcosa d’importante finisce, nel ripensarci mi succede di abbinare quanto è avvenuto ad un distacco esistenziale di rilevante portata. È automatico. Il pensiero mi torna immancabilmente a quel fenomeno che ci riguarda tutti, ma proprio tutti. Nessuno ne è esente: persone semplici e normali, poveri e ricchi, fragili e potenti, persone sconosciute e persone note, che sono sulla bocca di tutti oppure sui media, quasi che questo servisse loro ad esorcizzare pene e destini. Alla fine sui media succede anche che questo fenomeno venga spettacolarizzato, quasi che il processo mediatico ne impedisse l’amara realizzazione. Mi riferisco alla morte, quella parola che i più non amano pronunciare e dalla quale si tende tutti a fuggire.

Sembra sia una cosa dell’altro mondo, invece è di questo mondo e fa parte della nostra vita.

Mi torna in mente sempre più spesso questa “cosa” che, non trovo comunque agevole trattare. Forse dipende molto dal tempo che passa e che in occasione degli ultimi miei anniversari mi rende consapevole che la famosa piramide della vita anagrafica si sta avvicinando al vertice. Un vertice non noto, che nessun GPS è in grado di localizzare, ma che – lo spero ardentemente – mantenga la posizione preventivata, almeno quella stabilita statisticamente. Ed è questa una concausa della mia situazione attuale in cui sento chiaramente che la mia anima ha fretta. Una fretta che sento però di dover arginare. Probabilmente devo a questa fretta il desiderio di trovare chiarezza ed equilibrio nel mio vivere il presente che si costruisce giorno per giorno. Consapevolmente.

Ma alla fine (appunto, alla fine) è il tema della morte che condiziona, in positivo e in negativo, la vita. Sia che ne siamo coscienti, sia che non lo siamo. La differenza la facciamo veramente se affrontiamo il fenomeno.

Per esempio si tratta forse di dare più spazio a quanto ci può essere di positivo. Ma come fare?

Ecco, io credo che si possa fare, ma non è scontato, infatti occorre prepararsi a questo, lavorarci, non subire in passività, con vittimismo o qualunquismo …

La testimonianza più grande è quella di persone che hanno affrontato la morte consapevoli di stare per andare via, per motivi d’età, appunto, o perché persone molto malate o malate terminali.

Tra quanto ho letto di recente mi è piaciuto molto un racconto (storia vissuta) che parla di una relazione tra una badante e una vecchia signora malata, ormai in fase di fine vita.

È interessante questo discorso perché, magari non ci rendiamo conto, siamo circondati da una “cura della persona”, soprattutto anziana, diffusissima sul territorio. Tra le altre cose siamo sempre prevenuti quando si parla di stranieri, ma sono soprattutto le donne straniere a fare le badanti e ad occuparsi di chi sta male, spesso prendendosi cura dei nostri cari.

Ecco un brano tra i tanti toccanti presenti nel famoso libro Vorrei averlo fatto (*): “Essendo cresciuta prima in una fattoria per l’allevamento del bestiame e poi delle pecore, avevo visto tanti animali morti o in fin di vita. Non era una novità per me, sebbene fossi sempre terribilmente sensibile alla cosa. Ma la società in cui vivevo, la società moderna della cultura occidentale, non esponeva la sua popolazione al contatto con i corpi morenti. Non era come in certe culture dove la morte umana avviene allo scoperto ed è una parte evidente della vita quotidiana. La nostra società ha tagliato fuori la morte, negandone quasi l’esistenza. Questo rifiuto lascia sia la persona morente che la famiglia, o gli amici, del tutto impreparati a qualcosa di inevitabile. Siamo tutti destinati a morire. Ma invece di riconoscere l’esistenza della morte, cerchiamo di nasconderla. È come se cercassimo di convincerci che ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ funzioni davvero. Ma non è così, perché ci ostiniamo nel tentativo di affermarci attraverso la vita materiale e i comportamenti dettati dalla paura che ne conseguono”.

Fin qui il presupposto. E ora ecco il passo decisivo: “Se riuscissimo a rapportarci in anticipo e con sincera accettazione alla nostra inevitabile dipartita, allora cambieremmo le nostre priorità prima che sia troppo tardi. In questo modo avremmo la possibilità di volgere le nostre energie verso i veri valori e verremmo guidati da ciò che vuole veramente il nostro cuore. Una volta riconosciuto che ci resta un tempo limitato, sebbene non sappiamo di quanto si tratti, siamo mossi meno dall’ego e smettiamo di dare importanza a ciò che gli altri pensano di noi. Riconoscere che ci avviciniamo inevitabilmente alla morte ci dà l’opportunità di trovare uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane”.

Un vecchio personaggio della televisione (*) direbbe: “Meditate gente, meditate”.

Quando qualcosa finisce, resta sempre un peso.

.

Citazione: da Vorrei averlo fatto, di Bronnie Ware – Ed. MyLife 2015

Immagini: in evidenza Sunset by GiFa2023 – sotto il testo Lightness da repertorio GiFa2014

Note: (*) Mi riferisco a Renzo Arbore, compleanno qualche giorno fa, ha compiuto 86 anni. Nato a Foggia il 24 giugno 1937, può essere definito a pieno titolo il maestro dell’intrattenimento italiano. Non c’è campo dello spettacolo che non abbia attraversando, lasciando il segno. Fonte Fanpage.it


Sette giorni insieme

Settimana di stacco

Non sono pochi sette giorni, eppur son volati via …
Eravamo nella nostra casetta vicinissima al Trasimeno, tutta in uno con il minuscolo centro cittadino, dal quale si poteva intravvedere il lago con due delle sue isolette verdi che sembravano galleggiare su di un calmissimo specchio ora verde ora azzurro.

Abbiamo lasciato ogni mattina la nostra casetta e la sua piazzetta per prendere confidenza con il lago e i suoi magici riflessi.
Abbiamo fatto lunghe passeggiate e alla sera siamo sempre tornati stanchi ma contenti, già desiderosi di prepararci per il giorno successivo.

La casetta è diventata un rifugio ove trovare riposo.

Tornare è stato sempre un sollievo ed abitare in questa casetta un sogno. Siamo stati molto bene e ci è parso di essere veramente “a casa nostra”, tranquilli, rilassati e al sicuro.

C’è un vecchio pezzo dell’epoca dei cantautori che mi torna sempre in mente in certe occasioni come quelle che si vivono in vacanza. Non so perché. So soltanto che mi vengono automaticamente in mente note e parole. E a quel punto mi chiedo: che c’entra questa canzone con quanto sto vivendo?

Forse questa canzone è una di quelle che mi hanno sempre accompagnato nella realizzazione di alcuni miei desideri … È una canzone del duo Loy & Altomare, “Quattro giorni insieme” (1974) che dice tra l’altro: … non ci annoiavamo mai. Sempre uniti insieme noi ci amavamo allegramente ed alla fine di ogni volta ci piacevamo un po’ di più. … C’era in ogni tua espressione quell’entusiasmo che tira su. … Stavi infondendomi la voglia di prender tutto come viene e di non chiedersi mai perché. Quattro giorni insieme senza mai avere dei contrasti senza un minuto di stanchezza contenti solo di star così.

Ecco, questi sette giorni sono stati proprio così. Quindi, da ripetere ben presto …

.

Immagini: in evidenza Particolare portale casa a Tuoro (Reginetta), foto AnCa2023; in galleria Trasimeno da sopra, foto AnCa2023 – Giallo dal traghetto, foto GiFa2023 – Isola dall’isola, foto GiFa2023 – Riflessi, foto Gifa2023 – Galleggiante, foto Gifa2023

Riferimenti nel testo: brani dalla canzone Quattro giorni insieme di Loy & Altomare tratti dall’LP Chiaro del 1974


Senza social

Le cose sono due: o sei social o non sei nessuno.

In questi giorni sto cercando di tenere a bada il grande fastidio che continua a crescere in me leggendo o ascoltando quanto sta avvenendo nel mondo virtuale. Lo tengo a bada perché lo sappiamo in tanti quale sarebbe la scelta più ovvia da fare il mese prossimo. Invece io ci tengo ad esercitare i miei diritti e quindi se voglio farlo è meglio che riesca a non farmi condizionare da questo immane senso di fastidio. Mi riferisco in particolare, in questo periodo, ai salotti tv e ai post sui social che dovrebbero essere educativi o almeno utili e costruttivi e non gare di mega-manipolazione, di insulto e di menzogna. Non ci sono soltanto i politici e politicanti, ma anche persone qualsiasi che di tutto parlano, spesso senza sapere di cosa stanno trattando. Sono gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, qui al maschile, ma vale anche al femminile. Cito parzialmente Leonardo Sciascia. Anzi il grande scrittore andava giù di brutto ben di più, ma questo è un altro discorso.

Nei miei piani c’era da tempo l’impegno di limitare il più possibile l’abbeverarmi al pozzo del mondo virtuale. Non ci sono ancora riuscito, ma ho deciso di dare un taglio netto e forte a questo bere. Una dieta ferrea quindi. Purtroppo mi è necessaria perché tocco costantemente con mano quanto sia distante la realtà odierna dall’approccio dei media citati. Spesso vale anche per i giornali che fanno da continua cassa di risonanza. Infatti, e non voglio generalizzare, accade giornalmente che testate storiche e consolidate riportino quanto viene scritto su Facebook, Twitter, ecc. e che spesso non me ne può fregare di meno oppure rischia di intrappolare l’attenzione su questioni di retro bottega.

Oggi il virtuale ci dice che ci sono varie cose da cambiare nel sistema e per questo occorre il nostro voto. In genere sono slogan, luoghi comuni e vere e proprie favole, che, tra l’altro, cambiano nel giro di poche ore. Forse questa frenetica corsa all’autodistruzione potrà divertire qualcuno, peccato però che al contempo ci sono milioni di poveri assoluti e che anche questo dato è in forte crescita, non cresce soltanto il prezzo del gas o l’inflazione. E si potrebbe dire ben di più.

Su questo esempio possiamo trarre la certezza che la realtà è una cosa (le bollette che stanno arrivando a tutti non sono bufale) e quanto tutti leggiamo o raccontiamo sui social è un’altra cosa che ci distrae e ci porta fuori partita.

E poi se non si scrive qualsiasi cosa sui social non ti senti parte della società. Non sei protagonista. In definitiva credo che ormai o possiedi un profilo social e non esisti. Riguarda chiunque, ad ogni età.

Penso che sia importante, non soltanto per me, non sprecare più di tanto energie e tempo per concimare il mondo social, riuscendo invece a ripristinare le vere app che contano e che, a mio parere, partono dai bisogni autentici di ognuno. Da dentro di noi.

Nel mio caso sento bisogno di prendere la distanza in modo deciso dal virtuale di massa e di dedicarmi a ciò che conta veramente e che può avvenire nell’incontro reale tra le persone. In quella che considero la connessione autentica, riuscire per esempio nella vita di tutti i giorni ad essere più assertivo ma anche più vitale e di stimolo con gli altri.

Dunque meno virtualità e più attenzione alle relazioni: cercare di sintonizzarmi con gli altri, ascoltando attivamente, rispettando i diritti di chi mi sta innanzi facilitando il reciproco arricchimento interiore; nello scrivere e nel parlare raccontando e raccontandomi in modo semplice e chiaro in ogni occasione con le parole ma anche con ogni altro mezzo disponibile; esprimermi al meglio, mostrando le parti di me, dichiarando i miei stati d’animo; instaurare relazioni soddisfacenti puntando alla condivisione di bisogni, valori e obiettivi.

Senza social si può vivere e vivere bene.

.

Citazione: da codencode.it/essere-o-non-essere-social-siamo-liberi-di-scegliere/

Immagine: eyes by Pixabay

Riferimenti nel testo: Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia – Gli Adelphi


Io e Sars-Cov-2

Eccomi, anch’io ci sono passato …breve storia semiseria

In realtà ci sono ancora dentro mentre sto scrivendo. Voglio rimanere positivo, ma ovviamente non per il virus.

Ci sono voluti due anni e tre mesi, nonché diverse varianti virali e sottovirali, ma alla fine anche io ci sono caduto dentro. E’ stato fatale allentare le misure di sicurezza, ricercare gli spazi perduti e, gli indizi precisi li ho tutti, non rispettare alcuni canoni di distanziamento tra le persone. E’ fondamentale festeggiare e vivere, ma le cautele sono e, forse saranno sempre, necessarie. Oggi siamo in un mondo strano, in cui anziché cercare di capire come tutelarsi e farlo si preferisce rischiare e dedicarsi ad attaccare i medici definendo farsesca la gestione della pandemia, quando in realtà siamo in tantissimi che parliamo senza sapere spesso di cosa si tratta. Parliamo, parliamo e parliamo, contagiandoci mentalmente oltreché fisicamente. E poi ci lamentiamo e colpevolizziamo … Questo è.

A questo punto voglio precisare, venendo al semiserio, che in questo mondo strano può succedere anche qualcosa di interessante, quando la malattia non vada oltre certi limiti sostenibili, e lo dico perché dobbiamo sempre ricordarci di quante persone – compresi i medici – non ci sono più oppure sono ancora in sofferenza a causa di questa influenza. Precisato questo, sento di narrare con ironia le cose che più mi hanno colpito di questa vicenda divenuta personale.

In effetti non avendola mai sperimentata ho vissuto in prima persona le conseguenze gestibili ma pesanti della malattia che corrispondono a quanto viene raccontato dai media, visto che ormai sono loro le fonti di verità: trattandosi di variante Omicron, che è finora la versione mutata del virus che ha generato più casi a livello globale a causa delle sue sottovarianti, come la più recente Omicron 5 (BA.5), in genere, l’infezione si presenta con naso chiuso e che cola, affaticamento, stanchezza e malessere diffuso, mal di gola, tosse e mal di testa e febbre. Azzeccate quasi tutte a parte il mal di gola e il mal di testa. Questa circostanza non mi dispiace, ma devo aggiungere per completezza che c’é un generale stato di rincoglionimento, uno stato di indolenza generale, in contrasto con un aumento dell’appetito e di una particolare voglia di parlare. Passata la febbre (tre giorni oltre 38 gradi), ho sentito stimoli verso un inedito desiderio di rinnovamento personale. Questa cosa sarà tutta da scoprire e ci lavorerò.

E tornando a bomba, come si dice, visto il malessere ho scritto al mio medico il quale mi ha risposto immediatamente stupendomi perché era un giorno festivo. Ho fatto presente i sintomi e di aver eseguito un tampone fai da te con esito positivo. Il medico mi ha consigliato di rifarlo in farmacia per riceverne conferma ufficiale e di prendere alcuni medicinali. Mi ha detto di ricontattarlo per aggiornarlo, tanto anche lui era in casa in quanto contagiato dal virus. Così ho fatto. Gli ho riscritto spiegandogli tutto. Mi ha risposto: continui la terapia, ma si avvisano gli utenti che per urgenze è meglio contattare il call center. Poverino, lo capisco, è positivo …

In questi giorni ho avuto molti contatti che ho apprezzato: se devo rilevare delle particolarità, cosa che amo fare, c’é di tutto nell’enorme affetto che mi è stato rivolto. Per esempio delle vere e proprie ricette mediche: prendi la tachipirina 1000, prendi tante vitamine di questo tipo, oppure prendi il moment oppure l’aspirina, qualcuno mi ha consigliato zenzero naturale a nastro, qualcuno di bere molta acqua, altri di mangiare molta verdura cotta, c’é chi mi ha vietato di uscire e prendere aria oppure di bere alcolici; e domande a cui non sapevo rispondere con esattezza. Alcuni esempi: “Quanti giorni dopo il contagio hai fatto il tampone?”, “Con che sintomo è partita la malattia?”, “Come fai con la tosse?”, “Quando pensi di fare il tampone di guarigione?”, “Tua moglie è positiva?”, “Riesci comunque a parlare nonostante la tanta tosse?”, Quando torni redivivo?” …

Mi ha colpito molto l’intervista dell’Aulss, da cui “dipendo”, telefonata dolce al femminile e tempestiva il giorno dopo il tampone: “Buongiorno signor Gianni, sono … dell’Aulss 7 …, ieri ha fatto il tampone, oggi come si sente?” … Mi ha fatto piacere, non mi era mai capitato una telefonata sanitaria così semplice ed efficace in decenni neanche dal dottore di famiglia. Che sia merito anche questo del Covid-19? O di Zaia? Credo sia merito del tampone ufficiale …

Alcune persone care mi hanno fatto sentire bene avendo continuato a chattarmi per sapere l’andamento tenuto conto che avevo tosse e avrei fatto fatica a parlare: “Se hai possibilità di parlare, chiamami, io ci sono” – “Se non hai voglia di fare niente coltiva questi spazi di svogliatezza e trova il gusto del non far niente, approfittane …”, “Sei isolato, pensa … nessuno che ti possa disturbare …”, “Voglio solo sapere come stai e non disturbarti oltre …”, “Ciao, come va oggi, va meglio?”, “Pensa solo a riposarti, approfittane”.

Si tratta di “ricette d’amore” che fanno meglio delle medicine. Invece questa cosa che essendo isolato non sarò disturbato mi attira, ma al contempo mi ricorda chi vive male l’esperienza della solitudine e dell’isolamento, come sta succedendo in qualche struttura pubblica per anziani, qui nella mia città in questi giorni. Dunque non posso dire di accettarlo.

L’esperienza centrale è quella che mi sta fecendo riscoprire il valore della “distanza”: esserci nel rispetto dei tempi/spazi miei e altrui. Valore che si può collegare alle necessità di distanziamento fisico.

In effetti il distanziamento fisico in casa è un’altra partita, che avrebbe senso se anticipata rispetto ai sintomi. In pratica abbiamo chiuso la stalla a buoi scappati. Io positivo e Angela negativa, per ora. Dunque lei va tutelata per quanto possibile. Camere separate quindi, dopo decenni di “condivisione”.

Nel 2020 in queste circostanze istruivano: I membri della famiglia devono soggiornare in altre stanze o, se non è possibile, mantenere una distanza di almeno 1 metro dalla persona malata e dormire in un letto diverso. Chi assiste il malato deve indossare una mascherina chirurgica accuratamente posizionata sul viso quando si trova nella stessa stanza.

Appena sospettato si trattasse del virus più citato al mondo, mia moglie ha deciso: teniamo una distanza fisica adeguata ed evitiamo avvicinamenti, inoltre abbiamo questa possibilità, dormiamo in camere separate. Necessario, doveroso, opportuno. Ma ho bisogno di dirlo, la cosa non mi piace.

E’ anche vero che dopo tanti anni forse è giusto dire che me lo potevo aspettare … Ma è soltanto una battuta!

.

Immagine: emoticon con mascherina by web

Riferimento medico: da normativa comportamentale per la lotta contro il Covid-19


Anima(li)

Gli animali hanno un’anima? Ora se lo chiede anche la Chiesa …

Mi chiedo sempre più spesso perché riusciamo ad essere con gli animali, con alcuni più che con altri, nel modo in cui vorremmo o dovremmo essere con i nostri simili. Spesso non riusciamo a pazientare, accettare o andare oltre con esseri umani, persone vicine a noi, magari del nostro ambito di prossimità. Facciamo fatica non solo a scambiare tenerezza ma anche a cercarci, dialogare, confrontarci, interrogarci, rispettarci.

Con gli animali, quelli che non parlano, che ci sono fedeli, che ci chiedono attenzioni, che ci sembra ci vengano dietro, quando in realtà fanno la loro vita, talvolta costretti nelle nostre regole, siamo empatici, disponibili, estremamente generosi. Molto pazienti.

Vedo spesso scene di teneri rapporti uomo-animale, di stupore per come cani, gatti, uccelli e non solo, reagiscono alle nostre attenzioni.

Pare ci sia da stupirsi.

Certo siamo di fronte alla bellezza del creato, non vi è alcun dubbio. Ma è solo questo?

C’è chi mi ha spiegato che c’è grande sintonia tra uomo e animale perché anche gli animali hanno un’anima.

Altri mi hanno raccontato che animale e uomo fanno insierme un binomio inscindibile, sono fatti per integrarsi, per essere insieme.

Altri ancora mi ripetono che dovremmo imparare dagli animali …

Sono d’accordo. Dico però che un conto è il cosiddetto regno animale e un conto è il sistema umano. Ho la sensazione che spesso facciamo un po’ di confusione e tanta strumentalizzazione.

Da parte mia trovo bello ed importante avere rispetto e ammirazione per le specie animali. E’ importante creare dei validi rapporti con gli animali, e penso che anche loro ne abbiano bisogno. Credo però sia molto più importante imparare ad aver rispetto e attenzione adeguata verso tutte le persone che ci circondano. Gli umani.

Ho capito di recente di avere un’attrazione speciale verso i gatti, tutti i gatti. Me ne ritrovo da anni esemplari sempre nuovi fuori casa. Sono visite “easy”che ricevo come succederà a tantissime persone. L’attrazione mi deriva da quello che il gatto rappresenta: esso racchiude in sé il lato istintivo della natura, è un animale libero e indipendente. Perciò è un essere privilegiato per il suo lato criptico e segreto. Lo compresero gli Egizi che fecero del gatto una divinità … Il gatto conosce istintivamente i segreti del benessere e dell’armonia, infatti i monaci zen lo ritenevano capace di “mostrare la Via”. Gran parte delle sue eccezionali qualità dipendono dai sensi. Un udito super fino, un olfatto prodigioso, una vista che funziona anche al buio, sono “strumenti” talmente sofisticati da permettere a questo felino di “vedere” una realtà molto più ampia di quella che è alla nostra portata … (1) A parte quanto detto dai “testi esperti”, mi attira ed affascina proprio il porsi del gatto: libero e distante, non lontano, alla giusta distanza, momento per momento. Come ho sempre desiderato e voglio essere io.

Quello che se ne ricava è un esempio, un simbolo. Noi non possiamo essere come i gatti o certi altri animali, non abbiamo le loro spiccate capacità. Ne abbiamo altre che ci fanno diversi e ci contraddistinguono, che ci fanno esseri superiori agli animali.

Si tratta di metterle in campo, possibilmente per replicare le buone relazioni che già abbiamo con molti nostri animali compagni di vità. Come gli animali anche noi abbiamo un’anima, e, diversamente da loro, cani o gatti che siano, possiamo esserne consapevoli.

E’ poi interessante come certi animali ci possano essere d’esempio, offrendo alla luce del sole e gratuitamente modalità comunicative o relazionali che molti umani non sanno neanche da dove arrivino. Di recente ho potuto fotografare delle situazioni che sono a dir poco “educative”. (2) Infatti ci sono tra gli incosapevoli animali approcci del tutto “costruttivi ed efficaci” che come specie umana abbiamo deciso da tempo di accantonare.

Che fare, proviamo a ricominciare?

.

.

Citazione: da brano web https://www.wired.it/attualita/politica/2021/02/06/animali-hanno-anima-chiesa-dibattito/

Immagine in evidenza: Gentilezza by Pixabay

Riferimenti testo: (1) https://www.mitiemisteri.it/simbologia-significato-degli-animali/gatto/ – (2) foto by GiFa 2022 Navigando sul Mincio


Venti opposti

Nessuno che sia sempre stato libero può comprendere il terribile fascino della speranza di libertà per chi non è libero.

E’ passato poco più di un mese dall’ultimo scritto, su questo blog. Un po’ mi è mancato lo scrivere, ma poi mi sono ricordato che è importante fare una pausa. Pausa che mi ha permesso di accelerare nelle mie letture. Non solo studio, documentazione, aggiornamento e lettura creativa. Ho desiderato e sono riuscito a leggere per il gusto di leggere. Ho proseguito nel riscoprire, come si può dedure dalle mie ultime uscite, certi classici già letti nell’adolescenza. Ho inziato a leggere una scrittrice da sempre a me cara Pearl S. Buck. Le sue storie sono sempre ambientate in Asia e raccontano i drammatici scontri fra generazioni che si sviluppano nelle famiglie cinesi o indiane di antiche tradizioni. Sono racconti e romanzi ambientati tra il 1930 e il 1950 che raccolgono quasi sempre il forte contrasto tra poli opposti (occidente e oriente, uomo e donna, modernità e tradizione, ricchi e poveri, democrazia e monarchia, ecc.). L’autrice riesce sempre a evidenziare per esempio quanto l’uomo e la donna possano avvicinarsi e integrarsi ma quanto siano distanti per formazione culturale, carta d’identità, pregiudizio e adesione religiosa. Lo stesso vale per gli altri poli. Guardando ai contesti, questi passano dall’apparente impossibile dialogo tra nuovo e vecchio mondo come dal perdurare di guerre di invasione tutte asiatiche (vedi il perenne conflitto Cina – India).

Immagine Wikipedia

La scrittrice, premio Nobel nel 1938 per la letteratura, mi ha sempre colpito con le sue opere, e ci riesce ancora. Rileggendola, oggi, mi sono trovato a ripercorrere moltissime tappe, scrupolosamente descritte minuto per minuto dai media, riguardanti la guerra in Europa. A volte pare un “copiaincolla”. I libri della Buck sono ispirati a vicende vere di quasi un secolo fa. Quella che viviamo oggi, molto simile ai resoconti che si trovano in quei libri, non è un romanzo, è una grande tragedia anche perché ci dimostra con il sangue di moltissime persone che come umani non siamo stati capaci di progredire veramente.

.

Citazione: https://le-citazioni.it/autori/pearl-s-buck/

Immagine: P.S. Buck da https://it.wikipedia.org/wiki/Pearl_S.Buck#/media/File:Pearl_Buck(Nobel).jpg


Libertà che spinge il popolo

Ho domande che rimangono senza risposte o che cadono nel vuoto … Per esempio è ammissibile oggi essere estremisti di pacifismo come ci insegnerebbero alcuni valori di riferimento? E’ ammissibile credendo in certi valori che ispirano alla non violenza sostenere in qualsiasi modo l’armarmento per difendersi da chi ci colpisce? Come e perché essere neutrali?

Redoute

Ho timori e ho tanti tentativi di risposta e nessuna risposta certa. Ogni richiamo a personaggi del passato, penso a Kennedy oppure a Gorbaciov o ancora a Gandhi e a molti altri, mi porta a dire non tanto che erano tempi diversi, ma che erano leader diversi. I veri leader oggi – quelli che lavorano principalmente per la propria comunità mettendo a rischio la propria vita (come Nelson Mandela, Aung San Suu Kyi, i Dalai Lama, per dirne soltanto alcuni) e che puntano sul dialogo – non esistono più o almeno non si vedono nel presente oppure, se ci sono, sembrano essere inascoltati.

Pare abbiano più seguito, e lo sappiamo bene, gli inventori di fake, gli influencer, gli opinion leader in genere abili manipolatori delle genti, purtroppo per scopi che tendono prevelentemente ad avvantaggiare economicamente o per altre finalità se stessi. E poi quando arriva il grande “distruttore”, leader di morte e infatti, non ostante una diffusa incredulità, egli arriva, anche tutti i manipolatori gli si adattano immediatamente con una capacità che ha del sensazionale.

Ecco allora il fenomeno delle prese di posizione. Anche oggi succede con molta chiarezza, sotto gli occhi di tutti.

C’é chi vuole la pace e manifesta in modo esuberante perché sia la strategia vincente. Solo che chi ha provocato e iniziato una guerra non riceve la richiesta, anzi manda i missili. E quindi? Oltre a manifestare che si può fare?

C’é chi lotta per la libertà e per mantenere la propria democrazia per quanto imperfetta. Come si può dargli torto. Ogni azione tesa a difendersi dall’invasore non può essere criticata aprioristicamente.

C’é chi cerca pretesti utili per mantenersi sulla posizione del “penso per me” e questa è la via più facile e forse più diffusa. Vediamo come va a finire e poi vediamo che cosa ci conviene fare e da che parte stare.

C’é chi sfrutta le amare e tragiche conseguenze della guerra per speculare, per trovare tornaconti mai immaginati, sia economico-finanziari sia di consenso.

E le persone, esseri umani come noi, soffrono e muoiono, siano essi tra la popolazione che subisce l’invasione sia tra gli invasori.

Ma la cosiddetta libertà … non è un bene comune?

Guardando a tante storie passate ritroviamo ancora gli stessi tratti. Perché non vogliamo fermarci e pensarci su, per vedere se c’è una via d’uscita?

.

[frammento]

Lei disse: Sapevo che sarebbe morto. Lui: Non potevi saperlo. Si vergognava della sua impazienza. Aveva affittato un elicottero che lo portasse più vicino possibile al confine, zona di guerra. Avrebbe voluto che piangesse, ma lei non piangeva. Non una sola lacrima era uscita dai suoi occhi un’ora prima, quando era andato da lei, con le lacrime che gli rigavano le guance e il telegramma aperto in mano. Lei lo aveva preso, lo aveva letto e poi aveva alzato gli occhi verso di lui da dove era seduta sola sulla terrazza, avvolta nel suo abito bianco. Mentre la fissava aspettandosi che scoppiasse in singhiozzi, la moglie era parsa solo rinchiudersi e i suoi occhi si erano fatti più scuri e più grandi. Gli aveva reso il telegramma e non si era mossa. Lui accese la radio per ascoltare le notizie. La voce del primo ministro entrò nella stanza. Parlava in inglese. In questo giorno decisivo ci troviamo a fronteggiare la più seria minaccia che mai ci sia venuta dalla nostra indipendenza in poi. Ma teniamo alta la testa e fronteggiamo questa minaccia. Abbiamo dietro di noi la forza di una nazione unita. Rallegriamoci per questo e applichiamoci al più grave compito di oggi, che è la difesa della nostra completa libertà e integrità e l’allontanamento di tutti coloro che commettono una aggressione al sacro nostro territorio. La bella voce tremò, si interruppe e poi proseguì. Invito tutti voi, a qualunque religione o partito o gruppo apparteniate, a essere compagni in questa grande lotta a cui siamo stati costretti. Ho piena fiducia nel nostro popolo e nella causa e nel futuro del nostro paese … Poi la voce tacque. Lui non aveva notato che la moglie aveva lasciato la stanza. Ora era ritornata … Lui guardò e si sentì raggelare il cuore. La circondò con le braccia e se la strinse al petto. Sentì la sua guancia umida contro la pelle nuda e, abbassando gli occhi vide che finalmente stava piangendo, con un terribile ritegno ma stava piangendo. L’inserviente volgeva loro le spalle perché potessero sentirsi soli. Poi, non riuscendo più a resistere, fu sopraffatto anche lui dai singhiozzi e corse fuori dalla stanza.

Citazione: by Diario 2022 di Gianni Faccin Gedi 2022

Frammento: by P.S.B. tratto da Mandala – Bur

Immagine: da arttrip.it/eugene-delacroix-pittore-biografia/