Caro Gesù …

…  complicato immaginare quali auguri sperare di fare o ricevere quest’anno, visto che da mesi accadono cose un po’ fuori dalla “grazia di Dio” …

Concordo appieno su quanto scrivono, provocatoriamente, i redattori di Edizioni La Meridiana nel pezzo “augurale” della “vigilia”. Sono riflessioni ormai diffuse che ci trovano sempre più nell’incertezza della storica domanda: che fare? – ma al contempo nella certezza del reiterato senso di prospettiva: sentirsi portati verso un presente migliore. Ecco il testo come pubblicato.

Caro Gesù Bambino, c’è una questione di una gravità mostruosa per la quale verrebbe da dire che la grotta in cui sei nato puoi rapportarla a una Spa dei nostri giorni. Lì, almeno, il calore e l’ospitalità di chi venne a trovarti l’hai ricevuta. Per quelli per cui oggi non c’è posto, ci siamo inventati un sistema di accoglienza che esporta le persone. Qualcuno per difenderlo parla di ‘modello che tutti ci invidiano’ e, rispetto ai costi elevatissimi di una operazione disumana, si attarda in giustificazioni che chiedono le attenuanti per questa ‘fase sperimentale’, promettendo un futuro non ben precisato in cui questo sistema ‘funzionerà’. Di certo la cosa non era nei tuoi desiderata quando hai pensato di imbarcarti nell’avventura dell’incarnazione per insegnarci i due comandamenti più grandi. Quindi, in tema di accoglienza, a te è andata meglio. 

Anche a Maria e Giuseppe è andata tutto sommato bene: mettendoti al mondo, infatti, non si sono macchiati di un reato universale. Allora non si parlava di maternità surrogata. Ma in fondo tuo Padre, che poi sei anche tu, non aveva forse preso, senza nemmeno chiedere il permesso, l’utero di Maria per farti venire al mondo? 

C’è poi la questione della guerra, che non è una novità. Anche chi aspettava te immaginava saresti stato il più grande tra tutti i re, capace di spazzare via i nemici. Un Dio guerriero è sempre preferibile a un principe della pace. Ma questa cosa della guerra ci è proprio sfuggita di mano. Gli interessi economici sono alti, come anche altissimi sono i numeri dei bambini che stanno morendo: pezzi di futuro che stiamo perdendo uno dopo l’altro. A confronto, i numeri della strage degli innocenti di Erode sono quisquiglie. 

A guardarci intorno, verrebbe da dire che potevi risparmiarti la tua venuta e quei trentatré anni a dirci e a mostrarci che la vera forza sta nell’accogliere l’altro, nel rimettere la spada nel fodero, nell’implorarci di farci come bambini e non di ammazzare i bambini.

Non ci siamo. Ci siamo persi e ti abbiamo perso. 

Fai così: quest’anno metti a riposo gli angeli, i pastori, le pecorelle, i magi. Prenditi una pausa. Perché se qualcosa è andato storto di certo a sbagliare per primi siamo stati noi, tuoi discepoli, riducendo il Vangelo alla favola bella per mandare a letto i bambini che attendono Babbo Natale e i suoi ricchi doni.

Aspettaci …

Aspettaci dopo le Feste per accompagnarci, da pellegrini di Speranza, in un anno giubilare nel quale magari qualche metanoia alla luce del tuo Vangelo riusciamo a compierla.

Riposati, e poi torna a incalzarci. Ecco l’unico augurio che, questo Natale, sentiamo di fare e farci.

Redazione edizioni la meridiana
elvira, norina, isidoro, antonio, marilena, donatella, linda, cinzia, paola, eleonora, isa

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Citazione e testo riprodotto: da https://lameridiana.us3.list-manage.com/track/click?u=6e318395b22e5ee134cd9ab06&id=6a8def4ef4&e=ac3e4a7504

Immagine: Natività dal web


Parole per Natale

Je te donne des mots …

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Immagine: Abbracci da Milanotoday.it

Testo: versi adattati dall’autore presi dal brano Je te lasserai des mots di Patrick Watson


Bellezza di un volatile della famiglia dei fagiani

Tec, tec, tec …

Il gallo cedrone e il suo cantare segreto

Proposta riguardante la natura, le emozioni, l’esistenza, la bellezza … e l’ascoltare.

Nel mio soggiornare in montagna, divenuto ormai consuetudine, trovo molte occasioni per rivisitare ricordi e racconti di un passato più o meno recente.

In effetti, posso contare anche su parecchio carteggio che è soggetto inevitabilmente – di volta in volta – al rischio di eliminazione oltre che di rimanere accantonato.

Tra i vari manoscritti e testi di un tempo lontano ho trovato questo racconto del 1977 scritto dal noto maestro di San Pietro Valdastico che essendo un caro parente ha ripetuto più volte anche a noi nipoti e pro-nipoti la storia dell’urogallo.

Il pezzo, pubblicato su una rivista locale, porta il titolo Il canto segreto del gallo cedrone. Mi piace molto questo breve racconto che, essendo io amante dell’ascoltare non solo della natura, mi riporta al mio/nostro bisogno di tendere l’orecchio, fare silenzio, accorgersi della bellezza, stare nel presente, essere grati …

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Il gallo cedrone, massimo rappresentante di tetraonidi (nota 1) viventi sui nostri monti, è un volatile di tutto rispetto. Sentirlo partire in volo quasi spaventa. Il frullo fa tremare l’aria e il cuore. Vederlo lanciarsi, volare ad ali aperte per solcare le valli, è pure un’altra visione, che non si dimentica. La sua aerodinamica è perfetta; la velocità, quella del fulmine.

Anche il gallo cedrone canta, ma solo in primavera e fino a stagione avanzata. Ascoltare questo canto sarò dato solamente ad un ristrettissimo numero di appassionati, dotati di sensibilità particolare e di genuino amore per la montagna e le sue bellezze. Perché, il gallo cedrone canta di notte.

Non è facile individuare il luogo dove canta. La partenza sarà prevista per dopo mezzanotte, verso l’una. Ed eccoci al bosco di Costa del vento, a quota 1500. Giunti allo spiazzo, il motore tace, i fari si spengono. Subito ti investe e ti avvolge un silenzio opprimente, pauroso e la notte ti serra nel suo tetro mantello. Solo in cielo brillano le stelle. Si procede sul terreno accidentato sotto gli alberi sempre più fitti, sempre più alti. Il passo è incerto, sospeso, ora trova un rialzo, ora una cavità, ora un tappeto di muschio o un ramo marcio, quando non calpesta ancora un metro di neve gelata. La tenebra è nera come l’inchiostro.

Tec, tec, tec.

Alt. L’orecchio è teso. Senti? Niente. Avanti ancora a tentoni. Fermo. Eccolo. Dopo mezz’ora, la guida, che ha l’orecchio addestrato, ti annuncia che il gallo è là a 50 metri. Ma io non lo sento.

Sottovoce dice: – Ascolta bene … Sì, ecco, sento … come una goccia di acqua che cade ad intervalli su pietra liscia; come il rumore che fa il televisore appena spento dopo essere stato acceso a lungo. Tec, tec, tec, leggero, leggero, alle tre dopo la mezzanotte nel silenzio del bosco.

Questo è il canto del gallo che noi avviciniamo approfittando dei momenti in cui emette le ultime note che sembrano un gorgogliare spasmodico. Siamo sotto il grande abete e la massa nera è là contro il cielo su un ramo secco. Non bisogna guardarlo direttamente, perché per un flebilissimo gioco di luci proveniente dalle stelle, i nostri occhi diventerebbero minutissime lampadine immediatamente viste dagli occhi del tetraonide.

Il gallo cedrone continua il canto fino all’alba, per chiamare le femmine, perché presto è il tempo di rinnovellare la vita attraverso le nuove covate. Un nostro movimento falso, e le grandi ali si aprono. Con una falcata e una virata improvvisa, sparisce inghiottito di nuovo dal bosco. Fra poco sarà l’aurora e le mille voci e i canti rincorrentisi annunceranno il sorgere del nuovo giorno.

Ma non fu un’altra notte, anni fa.

Il mio solito accompagnatore, quella volta, venne con un’altra persona armata di fucile, ai piedi di un alto abete. Un lampo, uno schianto e il cantore notturno crollò con un tonfo privo di vita. Gli furono accanto, lo raccolsero, mentre si dimenava nell’estrema agonia e soppesarono e tastarono in silenzio quel corpo inerte.

Era nero, bello, grande come l’aquila, il collo e la testa penzoloni. Dopo pochi attimi di perdurante silenzio, ecco uscire dalla bocca del cacciatore delle tenebre alcune parole angosciose: “Ades che l’ho copà nol canta più!”.

Avesse potuto ridargli la vita!

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Quando la bellezza e l'amore gratuito ci aiutano ad essere autentici

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Citazione ed introduzione: a cura dell’autore

Immagini: in evidenza Night bird by https://www.xn--diversit-forestale-mrb.ch/esperienza-nella-foresta/gallo-cedrone – a chiusura del testo Bird by Pixabay

Nota 1: da Wikipedia, I Tetraoni (Tetraoninae) sono una sottofamiglia di uccelli appartenenti ai Fasianidi. Secondo alcune versioni il nome tetraonidi deriva da tetra, che significa quattro, e rappresenta le zampe degli stessi formata da 4 artigli. Inoltre un’altra caratteristica fondamentale sono i tarsi piumati. I tetraoni abitano le regioni temperate e subartiche dell’emisfero boreale. Costituiscono un’ottima preda e spesso vengono cacciati per le loro carni. In alcune specie i maschi sono poligami e compiono elaborate parate di corteggiamento. La maggior parte delle specie sono stanziali e non migrano. Questi uccelli si nutrono soprattutto di vegetali, ma possono nutrirsi anche di insetti, specialmente in età giovanile.

Testo riportato: Il canto segreto del gallo cedrone di Carlo Pesavento tratto da Il Cimone – giugno 1977 e ripreso nel manoscritto Lastebasse Pedemonte Tonezza del Cimone Valdastico Terra di confine di Antonio Brazzale ed. La Serenissima


Papaver

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi.

Detto rhoeas, noto come papavero comune o rosolaccio … Strano e al contempo stupendo fiore il papavero.

Da tutti ammirato, ma non sempre abbastanza apprezzato, a mio avviso. Se ne parla spesso per gli usi derivati che, al di là delle facili battute, ci sono e sono importanti. Infatti, il papavero rosso contiene ingredienti utili all’uomo, anche se i meccanismi alla base dei suoi presunti benefici non sono ben noti. Ciononostante questo fiore rappresenta nella realtà un rimedio naturale che viene proposto per trattare diversi problemi di salute, da quelli respiratori al dolore, alla tosse e ai disturbi del sonno.

Ma il papavero, oggi, è oggetto di citazioni perché ha un valore molto importante a livello simbolico, checché se ne dica e pensi.

In occidente, dicono le enciclopedie, il papavero è spesso associato alla pace, al sonno e alla morte. Questo legame deriva in parte dalla mitologia greca, dove il papavero era sacro a Demetra, la dea dell’agricoltura e dei raccolti, e a Hypnos, il dio del sonno. Il papavero era anche un simbolo di Morfeo, il dio dei sogni.

Andando oltre le culture tradizionali, e venendo all’oggi, a cui arriviamo grazie all’ieri, il papavero è divenuto da una certa data sempre più simbolo di pace.

E Dio sa se ce n’è bisogno …

Perfino una rivista come VanityFair celebra il papavero e la realtà dettata dal memoriale.

Ecco quanto scrive proprio qualche giorno fa.

Il papavero è diventato negli anni a seguire il simbolo della Resistenza e del sacrificio di migliaia di partigiani e partigiane in Italia. Così il 25 aprile lo ritroviamo ovunque, nelle piazze e nei cortei, nei cartelloni e nelle immagini che festeggiano il giorno della Liberazione d’Italia dal nazifascismo. 25 aprile giorno di festa e ricordo. Data simbolo perché nel 1945 ha inizio in quelle ore la ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano. Il papavero che cresce libero e forte, senza bisogno di niente, anche in mezzo al cemento lungo i marciapiedi e tra i binari roventi dei treni. È infestante, come il desiderio di libertà e amore. Di rispetto dei diritti e salvaguardia della memoria. È infestante come dovrebbe esserlo la pace. Ogni giorno e in ogni parte del mondo.

Ecco, appunto. Ogni giorno!

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Memoria

Citazione: da La guerra di Piero, canzone di Fabrizio De André (1966, Tutto Fabrizio De André)

Immagine in evidenza e brano nel testo: da VanityFair del 25 aprile 2024, 25 aprile: perché il papavero è il fiore della Resistenza? articolo di Alessia Arcolacci

Immagine di chiusura: Flowers di Manfred Nimbs by Pixabay

Riferimenti nel testo: Wikipedia


Il giorno della ginestra

… Un viaggio sinestetico di pura evasione verso mete lontane, fino a quel momento solo immaginate, la sensazione di concedersi un momento di astratta spensieratezza a fissar il cielo costellato di stelle, dove i desideri si rincorrono e diventano realtà.

Il tempo speciale anche quest’anno è arrivato. C’è di nuovo, questa volta, che i giorni si susseguono tutti con un ritmo elevato ma al contempo tale da non escludere momenti di pausa riflessiva e di riposo. Pause caratterizzate da nuovi profumi, fortemente in anticipo sui tempi, come quelli dell’osmanto odoroso che ricorda la fresca fragranza del verde boschivo unito all’effetto morbido dell’albicocca. E che colori floreali si fondono con i nostri occhi desiderosi di novità!

Sì, mi piacciono i fiori e li ammiro spesso. Mi fanno stare bene. Anche se non mi sento prevalentemente attratto dal floreale. Mi attraggono invece i profumi e i colori che i fiori sanno esaltare.

Nella consapevolezza che i gusti cambiano, oggi amo il verde, il blu e l’arancio. Un po’ meno il viola e il rosso. Amo moltissimo, storia recentissima, il giallo. Sento bisogno di avere giallo intorno. Molto giallo.

Ed è arrivato il giorno della ginestra, arbusto che ospitammo in giardino molti anni fa e che oggi mi ricorda la bellezza di quei tempi passati.

Chi mi è vicino sa perché.

La ginestra rappresenta un fiore-simbolo. Essa è un fiore giallo, umile, resistente, che cresce in terreni difficili ed espande “un profumo che il deserto consola”, come il Poeta scrisse vedendola inerpicarsi solitaria sulle rupi scoscese del Vesuvio. Ancora, è simbolo di unità, solidarietà, determinazione, coraggio nel resistere alle avversità della natura. Questo perché non è di tutti sopravvivere in un terreno arido e surriscaldato perché imperversato da flussi di lava.

Certo, mi colpisce simbolicamente, anche per il profumo e per il colore.

Mi piace pensare che dopo tanti anni siamo ancora qui, a curare questo giardino, uno spazio in continuo cambiamento che attornia la nostra casa fatta di mattoni in cui ci sentiamo serenamente “a casa”.

Mi piace pensare che ci sono state e ci sono unità e solidarietà, determinazione e coraggio, non mancando mai le complicazioni della vita.

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Citazione: Home fragrance by https://www.aquaflor.it/blogs/

Immagine: Gorse-blossom by Thoiams of Pixabay

Riferimenti nel testo: La Ginestra o Il fiore del deserto, lirica di Giacomo Leopardi (1836 – 1845)


Sognare, immaginare, navigare …

… capire che ciò che conta di fronte a tanta libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell’acqua da attraversare.

Può capitare che il sogno, l’immaginazione, la fantasia, si colleghino alla realtà. A me succede quasi sempre nei passaggi di stagione o, almeno e soprattutto, con l’arrivo della primavera e poi dell’estate.

E quando leggo brani come questo mi ci ritrovo dentro, immerso come in un oceano. E amo stare in navigazione.

Erano giunti nella dimora dell’Estate, donde essa ogni anno si parte per le terre australi. Durante il giorno il sole era un abbagliante disco di bronzo, col cielo livido e polito tutto intorno, e di notte i grandi pesci nuotavano in tondo attorno alla nave, seguiti da una scia di sinuosi fiumi di fuoco pallido. La prua tagliente scagliava lontano miriadi di diamanti in volo. Il mare era un lago rotondo dalle molli ondulazioni, teso in una epidermide di seta. Lenta, lentissima l’acqua nel fluire verso poppa e oltre imprigionava il cervello in una piacevole ipnosi. Era come guardare entro un gran fuoco. Non si vedeva nulla, e tuttavia solo con un grande sforzo si riusciva a distoglierne lo sguardo; e infine la mente scivolava nel sogno, benché si rimanesse desti.

C’è una pace negli oceani caldi che trascende il desiderio di comprendere. La meta non è più uno scopo, e il fine è solo di navigare, navigare, fuor del regno del tempo.

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Citazione: da scritti di Alessandro D’Avenia (adattamento a cura dell’autore)

Immagine: Sunrise by Syaibatulhamdi of Pixabay

Testo riportato: da La santa Rossa di John Steinbeck (pag. 74) Oscar Mondadori 1975


Ancora una nuova possibilità …

Pasqua 2024, è “passare oltre” …

Sarà un caso, ma dicono che il caso non esiste, e tutto sommato lo penso anche io.

Non è la prima volta che in tempi di riflessione profonda, che non significa certo stare ore a pensare, ma riscoprirsi in pace a tratti e poi, come mi succede, anche nella bufera, scoprirsi a farsi domande con successivi immediati tentativi di risposta, di spiegazione, di giustificazione, alla fine di riuscire ad accettare aspetti pesanti e aspetti leggeri, pensieri oscuri e, fortunatamente, immagini di tanti ricordi belli.

In realtà non è un caso.

Non è un caso che tutto inizi con un vecchio ricordo, molto vecchio, che improvvisamente ti torni alla memoria come fosse ieri e che ti metta in uno stato di confusione magari momentaneo ma sicuramente molto intenso. Un po’ come un forte vento che ti colpisce all’improvviso e che ti faccia provare per alcuni lunghi istanti tutta la tua inadeguatezza, la tua esilità e la tua essenza apparentemente “sbagliata” o semplicemente “fuori luogo”.  Pare uno stato di congelamento, perché quel vento è talmente forte e gelido che non riesci a fare un passo, anzi devi resistere per non dover indietreggiare, quando indietro assolutamente non vuoi andare.

In quei momenti sento di dovermi aggrappare a qualcosa di importante per me, qualcosa che mi aiuti a “tener botta” e a proseguire pur guardando in faccia la realtà.

Troppo facile sarebbe scappare, cambiare sentiero, nascondersi. Comodo lo è stato e troppo in passato.

Oggi, ancora, riesco a trovare sostegni che altro non sono che punti fermi sempre conosciuti e non sempre portati alla piena personale consapevolezza.  Pur con tanti dubbi.

Senso della vita, fede in qualcosa di grande e misterioso, Dio …

Riflettere su questo mi è sempre più congeniale, proprio nei momenti di fragilità. E che senso ha oggi per me dire … Buona Pasqua!  … a qualcuno?

Il senso della vita non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma una tensione costante, che offre la direzione al nostro andare.  Bene o male, ognuno di noi ha un progetto di vita (al limite anche inconsapevole). Se il nostro progetto esistenziale può danneggiare qualcuno, è meglio pensarci bene prima di attuarlo.  Ci vuole fede in qualcosa di grande, e al di là della fede ognuno di noi può attingere a una personale risorsa potentissima, la speranza. Per esempio per me “aver fede” significa proprio questo: avere speranza, che è uno sguardo che pensa al domani.

E come scrisse un noto biblista, la “ricerca di Dio non è un puro cammino culturale, né una ricerca teorica, intellettuale e speculativa, né una ricerca mistica, chiusa nell’intimo, bensì una ricerca pratica, nell’amore concreto …”.

In definitiva, Pasqua è veramente una nuova possibilità, offerta a me e a tutti.

Lo è anche quest’anno.

Sì, perché il messaggio della croce e della risurrezione è una buona novella. Mi dice: non c’è niente nella mia vita che non possa essere cambiato. Quando persino il modo più tremendo di morire viene trasformato in risurrezione da Dio, allora in me non c’è oscurità che non venga illuminata dalla luce.

Buona Pasqua, buona possibilità a tutti!

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Citazione: elaborazione dell’a. con riferimenti da Wikipedia [Riprende il nome della festività di Pasqua (alla quale fa riferimento anche il nome Pasquale), durante la quale i cristiani celebrano la resurrezione di Cristo; deriva dal latino ecclesiastico Pascha, “passaggio”, “transito”, a sua volta dal greco πάσχα (pascha), in ultimo dall’aramaico פסח (pesach), “passare oltre”, ” …]

Immagine: springawakening by Myriams Foto of Pixabay

Spunti nel testo: da scritti di Serena Banzato, Bruno Maggioni, Anselm Grün (parte finale in corsivo), Luciano Masi e Luca Vitali


Sassi-passi perduti e agavi

La forza dell’indifferenza! − È quella che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni.

Il minimo movimento interessa tutta la natura: il mare intero cambia per una pietra.

Alzi la mano chi di voi non ha avuto complicazioni con i propri sassi-passi. Sassi che simboleggiano immagini positive, belle, reali ed irreali della propria esistenza, nonché momenti travagliati o momenti esperienziali che hanno lasciato il segno o meglio il peso. Del resto ci sono sassi piccoli e non pesanti, ma che danno fastidio a tenerli in mano o a camminarci sopra. E ci sono sassi grossi e pesanti, difficili da tenere in mano e da utilizzare, per esempio da collocare semplicemente in giardino, tra le piante o a sostegno di muretti consolidati ma in fase di iniziale sgretolamento.

A proposito di giardino, ci sono anche i passi cosiddetti “perduti”, perché sembrano perdersi uno dopo l’altro nel verde dei prati erbosi, anche se a tutta prima pare crescano dall’erba stessa quando questa diventa fiorente e ben verdeggiante.

Mi collego ai passi perché sono dei sassi squadrati, lastre bianchissime che ornano i giardini ma che simboleggiano un percorso sul terreno al fine di non calpestare l’erba, oppure di avviare ad una direzione precisa, per fare prima o per raggiungere direttamente un posto utile, specialmente in caso di cattivo tempo.

Proprio in vista della primavera, qualche giorno fa, ho dato inizio ai lavori di sistemazione del mio giardino, cogliendo i suoi primi segnali di rinascita, nei fiori selvatici che crescono un po’ qua un po’ là, più o meno nascosti, nelle piante alte, nelle siepi di edera o di gelsomino, ciascuno con i suoi modi e i suoi tempi.

Il mio giardino è mobile, nel senso che ha assunto forme diverse negli anni, subendo anche rivoluzioni quando i gusti e le necessità stavano cambiando. Ma pur nei cambiamenti i sassi ci sono sempre stati, quasi inamovibili. Lo stesso per le bianche piastre che ho sempre inquadrato come passi perduti, e su di esse ho sempre trovato una direzione, la stessa. Di recente, in particolare in questi giorni, i passi sono diventati meno scontati, le piastre non sono più candide per effetto delle intemperie, i miei passi oltrepassano gli ornamentali camminamenti. Mi sento diverso. La mia attenzione è rivolta ad altro.

Infatti, ho riscoperto la bellezza delle agavi che hanno, poco per volta, invaso l’ambiente esterno familiare. Sono numerose, piccole, medie e alcune più grandi. Aver cura di esse mi impone quasi quotidianamente di dirigere i miei movimenti al di fuori di strutture, sassi-passi più o meno perduti, e di gustare la libertà assoluta nel calpestare il prato, respirando l’aria frizzante delle prime ore mattutine e gustare il tiepido raggio del sole nella sua fase dedicata a dare buongiorno al mondo.

Sono decisamente delicate queste piante, anche se si presentano già da cucciole come robuste e in carne. Sono ben strutturate e sanno difendersi con spine terminali affilate e margini dentati talvolta spinosi ben distribuiti lungo tutte le foglie. Le schede botaniche le definiscono piante succulente perenni con portamento a rosetta e con fusto breve generalmente non visibile.

Perché questo mio spiccato interesse per le agavi?

Me lo chiedono spesso i miei familiari e i passanti.  Soprattutto me lo chiedo io.

In realtà non lo so ancora. Ma alcuni indizi li ho trovati. Nell’agave c’è tanto mistero, ma anche tanta sacralità.

Se da un lato il fiore dell’agave sembra fiorisca una sola volta nella vita della pianta, ogni 20 – 30 anni pare, annunciando così la sua “fine”, secondo quanto raccontano le relative leggende, dall’altro la pianta, nella mia consolidata esperienza, produce “piccole agavi” in continuazione e questo mi ha sempre offerto e mi consegna un forte senso simbolico, ossia un senso di rigenerazione, di trasformazione e di apertura amorevole verso l’universo e la natura.

Hanno scritto che “oltre alla sua bellezza, la fioritura dell’agave ha anche un significato culturale. Nelle culture indigene del Messico, per esempio, l’agave è considerata una pianta sacra, e la sua fioritura è vista come un segno di rinascita e rigenerazione”.

Ed è così, per me.

Andando finalmente oltre l’attaccamento ai miei onnipresenti sassi-passi ed ad ogni tentazione di indifferenza.

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Citazione: Cesare Pavese da Il mestiere di vivere ed. Einaudi e Blaise Pascal da Pensieri Oscar Mondadori

Immagine: Succulent bu Pixabay