… uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane …
Quando qualcosa d’importante finisce, nel ripensarci mi succede di abbinare quanto è avvenuto ad un distacco esistenziale di rilevante portata. È automatico. Il pensiero mi torna immancabilmente a quel fenomeno che ci riguarda tutti, ma proprio tutti. Nessuno ne è esente: persone semplici e normali, poveri e ricchi, fragili e potenti, persone sconosciute e persone note, che sono sulla bocca di tutti oppure sui media, quasi che questo servisse loro ad esorcizzare pene e destini. Alla fine sui media succede anche che questo fenomeno venga spettacolarizzato, quasi che il processo mediatico ne impedisse l’amara realizzazione. Mi riferisco alla morte, quella parola che i più non amano pronunciare e dalla quale si tende tutti a fuggire.
Sembra sia una cosa dell’altro mondo, invece è di questo mondo e fa parte della nostra vita.
Mi torna in mente sempre più spesso questa “cosa” che, non trovo comunque agevole trattare. Forse dipende molto dal tempo che passa e che in occasione degli ultimi miei anniversari mi rende consapevole che la famosa piramide della vita anagrafica si sta avvicinando al vertice. Un vertice non noto, che nessun GPS è in grado di localizzare, ma che – lo spero ardentemente – mantenga la posizione preventivata, almeno quella stabilita statisticamente. Ed è questa una concausa della mia situazione attuale in cui sento chiaramente che la mia anima ha fretta. Una fretta che sento però di dover arginare. Probabilmente devo a questa fretta il desiderio di trovare chiarezza ed equilibrio nel mio vivere il presente che si costruisce giorno per giorno. Consapevolmente.
Ma alla fine (appunto, alla fine) è il tema della morte che condiziona, in positivo e in negativo, la vita. Sia che ne siamo coscienti, sia che non lo siamo. La differenza la facciamo veramente se affrontiamo il fenomeno.
Per esempio si tratta forse di dare più spazio a quanto ci può essere di positivo. Ma come fare?
Ecco, io credo che si possa fare, ma non è scontato, infatti occorre prepararsi a questo, lavorarci, non subire in passività, con vittimismo o qualunquismo …
La testimonianza più grande è quella di persone che hanno affrontato la morte consapevoli di stare per andare via, per motivi d’età, appunto, o perché persone molto malate o malate terminali.
Tra quanto ho letto di recente mi è piaciuto molto un racconto (storia vissuta) che parla di una relazione tra una badante e una vecchia signora malata, ormai in fase di fine vita.
È interessante questo discorso perché, magari non ci rendiamo conto, siamo circondati da una “cura della persona”, soprattutto anziana, diffusissima sul territorio. Tra le altre cose siamo sempre prevenuti quando si parla di stranieri, ma sono soprattutto le donne straniere a fare le badanti e ad occuparsi di chi sta male, spesso prendendosi cura dei nostri cari.
Ecco un brano tra i tanti toccanti presenti nel famoso libro Vorrei averlo fatto (*): “Essendo cresciuta prima in una fattoria per l’allevamento del bestiame e poi delle pecore, avevo visto tanti animali morti o in fin di vita. Non era una novità per me, sebbene fossi sempre terribilmente sensibile alla cosa. Ma la società in cui vivevo, la società moderna della cultura occidentale, non esponeva la sua popolazione al contatto con i corpi morenti. Non era come in certe culture dove la morte umana avviene allo scoperto ed è una parte evidente della vita quotidiana. La nostra società ha tagliato fuori la morte, negandone quasi l’esistenza. Questo rifiuto lascia sia la persona morente che la famiglia, o gli amici, del tutto impreparati a qualcosa di inevitabile. Siamo tutti destinati a morire. Ma invece di riconoscere l’esistenza della morte, cerchiamo di nasconderla. È come se cercassimo di convincerci che ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ funzioni davvero. Ma non è così, perché ci ostiniamo nel tentativo di affermarci attraverso la vita materiale e i comportamenti dettati dalla paura che ne conseguono”.
Fin qui il presupposto. E ora ecco il passo decisivo: “Se riuscissimo a rapportarci in anticipo e con sincera accettazione alla nostra inevitabile dipartita, allora cambieremmo le nostre priorità prima che sia troppo tardi. In questo modo avremmo la possibilità di volgere le nostre energie verso i veri valori e verremmo guidati da ciò che vuole veramente il nostro cuore. Una volta riconosciuto che ci resta un tempo limitato, sebbene non sappiamo di quanto si tratti, siamo mossi meno dall’ego e smettiamo di dare importanza a ciò che gli altri pensano di noi. Riconoscere che ci avviciniamo inevitabilmente alla morte ci dà l’opportunità di trovare uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane”.
Un vecchio personaggio della televisione (*) direbbe: “Meditate gente, meditate”.

.
Citazione: da Vorrei averlo fatto, di Bronnie Ware – Ed. MyLife 2015
Immagini: in evidenza Sunset by GiFa2023 – sotto il testo Lightness da repertorio GiFa2014
Note: (*) Mi riferisco a Renzo Arbore, compleanno qualche giorno fa, ha compiuto 86 anni. Nato a Foggia il 24 giugno 1937, può essere definito a pieno titolo il maestro dell’intrattenimento italiano. Non c’è campo dello spettacolo che non abbia attraversando, lasciando il segno. Fonte Fanpage.it