Sorellina

Una sorella è un pezzo del tuo cuore che vive in un’altra persona …

Non è arrivata dalla porta, non ha suonato il campanello. La panciona della mamma è tornata una pancina. Benvenuta sorellina …

È l’affettuoso diminutivo che abbiamo sempre usato. È capitato anche in questi giorni. Come quella volta durante il Covid-19: Sorellina! Ho esclamato, e tu guardandomi dritto negli occhi, che in entrambi emergevano da mascherine poste malamente, hai risposto: fratellone!

Già questo incrocia il nostro essere veramente fraterni, ma anche la nostra storia.

Ovviamente per me lei più piccola e per lei io più grande.

Quando avevo 5 anni, sei arrivata tu a riempire, non inaspettatamente, la vita di mamma e papà e anche la mia. Solo che io non ero così “ometto” come recitava spesso mamma. Ero un bambino al quale si voleva dare importanza, ruolo attivo, responsabilità.

Ho deciso di non giudicare questa cosa, è andata così.

L’hai tanto voluta questa bimba, dice ancora oggi nostra madre.

Sono stato preparato minuziosamente al tuo arrivo, forse perché non ci fossero differenze di attenzione, gelosie, invidie, o altro. Insomma per agevolare la novità.

Ad un certo punto non so che cosa io pensassi. Ma mi era chiaro che stava succedendo qualcosa di molto importante.

Ero emozionato (paura?) e fremente anche di curiosità.

Ricordo solo pochi dettagli di quell’estate … In particolare i discorsi e le preghiere di mamma prima della tua nascita. Non credo sia stata una gravidanza facile.

Poi ricordo che rimasi da solo a casa con nonna Giustina e siccome questo era un fatto inusuale era evidente, a me bambino, che c’era qualche cosa di strano nell’aria che stava evolvendo. Non si vedevano le stesse cose di tutti i giorni. Non si respirava la stessa aria. Mamma non c’era a casa e papà non si capiva dove fosse. Nonna faceva discorsi evasivi. Io giocavo in quello che sarebbe poi diventato cortile. Oggi ho capito che mi stavo distraendo e cercavo di riempire il tempo dell’attesa.

Non so perché, ma giocando in solitaria, mi pareva ci fosse aria di festa.

La nonna si teneva, ma era chiaro che c’era apprensione per la figlia e esultanza per la nascita imminente della sua prima nipotina. Sicuramente anche timore che le cose non andassero bene.

Poi, al tuo arrivo, ricordo la prima visita in ospedale a Thiene, tu eri placida e tranquilla nella tua postazione di vetri. Tutto lasciava ben sperare.

Nei primi mesi, a casa, mamma mi coinvolgeva in tutte le incombenze di cura che ti riguardavano.

Non ricordo gelosie o altro.

Ma quando avevi circa dieci mesi, durante una notte ci fu una grande subbuglio in casa al piano superiore. Stavi male e non si sapeva che cosa fare. Papà, agitato ma non lo voleva far vedere, si dava da fare per chiamare qualcuno. Non tutti avevano il telefono. Mamma era disperata. Non avendo automobili ed essendo notte, grazie all’intervento provvidenziale di una giovane pediatra ospedaliera [*] riuscisti a venirne fuori con sollievo dei nostri genitori e anche mio, perché avevo pensato che avresti potuto cambiare idea e ritornartene da dove eri venuta.

Invece non era così. Ci volevi mettere alla prova per capire se veramente ti avevamo desiderato. E dopo averlo verificato decidesti di restare.

Ne furono felici anche la pediatra, i parenti e tutto il vicinato.

Da quel momento, dopo una specie di tirocinio, io venni nominato in pianta stabile tuo “protettore”, da parte materna. Non ricordo di aver sentito pronunciamenti paterni al riguardo. Ho sempre pensato che fossi di più la sua “figlietta”. In effetti il vestito di fratello maggiore lo sentivo un po’ stretto, ma francamente non mi dispiaceva questa responsabilità. L’idea di protettorato durò per anni, e sono convinto che per nostra madre sia ancora un po’ così. Invece non ho mai capito che cosa ne pensassi tu di questa” tutela” dichiarata.

Oggi, io vedo questa cosa come un’esperienza che ci ha fatto crescere e restare legati, senza giudizio e con comprensione reciproca.

Anche con equilibrata distanza.

La trovo anche divertente a discapito delle incertezze di un tempo.

Infatti le vicende successive, soprattutto quelle adolescenziali, mi affrancarono da questo ruolo, e ciò perché ognuno di noi si costruisce giustamente una propria strada affettiva e di esperienze personali.

Ci si emancipa.

Come che sia, oggi rimane, e non è poco, il sapere che ci siamo, io per te e tu per me, nel rispetto reciproco, nel dialogo che è aumentato con l’età.

Sono passati diversi lustri e su certi aspetti dobbiamo fare ancora strada, e sto pensando a me, ma in “famiglia estesa” riusciamo ad ascoltarci molto e questo consolida i nostri vincoli d’amore.

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Citazione: da fonte anonima in https://aforisticamente.com/

Immagini: dal repertorio familiare

Note: [*] Dott.ssa Silene Thiella, nota professionista di Schio – medico pediatra, neuropsichiatra e scrittrice

Testo: pezzo riordinato e aggiornato dal libro Diario 2021piccole storie molto personali (in parte transpersonali) di Gianni Faccin – GEDI 2021


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