E’ successo anche questa volta, e ci sta . Ci sta che tantissime persone commemorino – ognuno a modo suo – qualcuno che se ne è andato, qualcuno che è stato “insegnante” nel mondo. Nel senso di aver lasciato un segno, e un segno importante. Non solo un segno artistico, di bravura e genio musicali. Ma un segno umano di sacralità.
E’ successo una quantità di volte, di recente con Milva, Bertoli, Dalla, Morricone, Bosso. Più in là con De André. In un lontano passato con Gaber e molti altri.
L’elencazione potrebbe essere difficoltosa.
Certo è che con Franco Battiato se ne è andato un artista che ci ha insegnato moltissimo, correndo costantemente il rischio di non essere compreso. Dicono che una delle sue canzoni più belle e significative sia “La cura”.
Da parte mia lo posso confermare, anche se molti altri brani possono essere richiamati per la loro bellezza, il loro significato e la sensibilità che sanno stimolare.
Credo sia molto interessante ascoltare e riascoltare questo pezzo, ma anche gli altri del suo repertorio, e fare ascolto profondo di quanto emerge in noi stessi in tema di sentimenti, emozioni e ricordi.
C’è nel web un’intervista che vede l’autore spiegare il significato spirituale di “La cura”. Perché, in effetti, questa canzone ci porta alla dimensione più importante di noi umani, la pura spiritualità.
Una spiritualità non distaccata dal terreno, dal concreto, e in particolare dal nostro essere persone in relazione.
Una spiritualità universale che ci riguarda tutti e tutte le creature viventi.
A partire dalle nostre “radici”.
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Citazione: Franco Battiato da “La Cura”
Foto by GiFa 2021 (in occasione 94° compleanno di Annamaria Pamato)
L’anno scorso, qualche giorno prima di Natale, mia madre ha accusato i sintomi del Covid-19.
E’ stata dura, soprattutto per lei, ma anche per i familiari che si sono trovati, preoccupatissimi, a gestire una situazione temuta, ma anche in ogni modo contrastata, grazie a tante precauzioni ed attenzioni.
Poi è arrivato il contagio. E solo alcuni di noi, pur esposti, sono rimasti esclusi dal malanno.
Mia madre a 93 anni ha affrontato anche questa esperienza e, grazie al cielo, l’ha potuta superare.
Dopo il periodo di isolamento e di cura, questa donna meravigliosa ha ripreso la sua vita fatta di cose semplici ed importanti allo stesso tempo.
Gli acciacchi degli ultimi anni pesano oggi di più, ma lei a dispetto dell’età e dei guai fisici rimane battagliera nel voler essere informata, organizzata, presente nei rapporti con gli altri, puntuale in qualche ricorrenza.
Mantiene il più possibile la casa in ordine, tiene agenda di alcuni impegni e appuntamenti, gestisce la posta in arrivo, legge le riviste preferite che le arrivano in abbonamento.
Si tiene su, è sempre pronta a sorridere. Anche nei momenti difficili è lei a prendere l’iniziativa per incoraggiare, ascoltare, esprimere parole di fiducia.
Ovviamente, ed è ovvio per chi la conosce bene, fa continua manutenzione dei propri pensieri e del proprio credo. Infatti giornalmente mantiene stabili alcuni appuntamenti televisivi con la Messa, la recita del Rosario e quando è possibile con le interviste o gli interventi di Papa Francesco.
Beh in televisione non segue soltanto programmi religiosi, essendo molto interessata ad alcune rubriche di attualità e di temi sociali.
Ci tiene a mantenere i contatti almeno telefonici, talvolta quasi giornalieri, con alcune persone care, le sorelle per esempio, per le quali si sente di essere la “maggiore”.
Posso affermare che è socialmente impegnata, anche se il suo impegno si esprime costantemente con il suo interessarsi, confrontarsi ed essere presente sulle vicende piccole e grandi che ci riguardano tutti.
E anche in questo dà a noi tutti di famiglia una continua testimonianza.
Ma come fa? Come le è nata questa forza?
Posso dire qualcosa soltanto in risposta alla prima domanda.
Oggi sono stato seduto vicino a lei per quasi quattro ore e le ho parlato, ma di più guardata e ascoltata. Posso dire che l’ho ascoltata a lungo. E ho avuto con lei momenti di condivisione e commozione.
La sua forza è misteriosa da una parte perché di primo impatto è tutta naturale, spontanea, diretta e per niente teatrale.
Dall’altra parte, ad ascoltarla bene, mia madre ha in sé un’essenza che è senza dubbio genuina, autentica ed è travolgente in quanto ti trascina facilmente dentro a quella cintura di fuoco che, a suo dire, è alimentata d’amore vero.
E’ un sentire profondo che si stacca da ogni regola o dogma di cui siamo stati a lungo informati. Un sentire alto, raffinato, apparentemente irraggiungibile. Lontano, eppure così vicino.
Oggi lei mi ha raccontato del suo rapporto con Dio e le sue parole semplici mi hanno fatto sentire immerso in quella cintura d’amore come fosse una cosa normalissima.
Fede sì, ma basata sull’amore concreto, ossia attenzione e cura dell’altro, benevolenza, rispetto, tolleranza e benedizione.
Benedizione anche, non ricordo in tanti anni di aver sentito da lei dire male di qualcuno.
Per me è chiaro che è stata ed è questa la sua forza. Quella forza che ha contribuito non poco a condurla fuori dal Covid-19, continuando a vivere con fiducia e speranza, come ha sempre fatto.
E guardando avanti.
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Foto: by Lucia Faccin (nostra madre dopo la recente vaccinazione anti-Covid
Un vecchio e un bambino si presero per mano e andarono insieme incontro alla sera …
Quando si dice il tuo “bambino interiore”.
Mi è sempre piaciuto approfondire questo argomento, ho letto libri, testi di poesie e di canzoni, pezzi e articoli specifici, tutti interessanti.
E’ un mondo che mi attrae e che mi spinge ad approfondire, capire, trovare senso.
Solo di recente ho avuto dei contatti più robusti e decisamente consapevoli.
E’ capitato dopo aver provato momenti di forte tristezza, di distacco, di distanziamento anche fisico.
Non sempre la distanza, o meglio, in tal caso la lontananza, è facilmente gestibile. Se non si accetta pienamente la situazione la sofferenza derivante è grande.
Non ci sono consolazioni, nessuna giustificazione che ti venga illustrata che divenga “balsamo”.
Mi è ben chiaro come nella prima infanzia si sia veramente genuini, autentici, puri, non ancora inquinati e compromessi con la “dura realtà”.
E nessuno te l’ha detto, anzi può essere che ti sia dovuto sentire sbagliato, nella tua ingenuità praticata, a casa, a scuola, con i compagni, con i parenti, con chiunque ti abbia avvicinato.
In gioventù non si è ancora coscienti di quale sia la realtà.
Ad un certo punto comincia il cammino verso l’esperienza, che comporta un risveglio e accorgersi che non sono tutte rose e viole, come diceva mio padre.
E’ un viaggio che inizia, senza ritorno prevedibile. Un viaggio che non promette nulla di buono se non divenire più coscienti di se stessi, di come si è e di come si potrebbe essere. Nell’accorgersi di questa distanza, gap si direbbe oggi, è come cadere dal letto ancora in preda al sonno e capire solo in quel momento che si è sul duro pavimento.
Tutto capita a tappe, finché un giorno, all’improvviso, cominci a cogliere l’attimo, quasi inavvertitamente, ma te ne accorgi che accade qualcosa di nuovo. E inizi a ripeterti spesso: ma perché non mi è successo prima?
Puoi avere vent’anni, trenta o cinquanta, ma è un risveglio. E da lì comincia il potenziale cambiamento personale. Ed è proprio in questa circostanza che può avvenire un contatto profondo con il sé bambino. Quasi fosse la scoperta di un nuovo mondo.
Io non ho ben presente quando è accaduto. Mi pare sia avvenuto intorno ai 40, nel partecipare ad un corso di cambiamento personale, in ambito professionale.
Di sicuro, oggi ho chiaro ogni momento in cui avviene. E succede di continuo. Ed è fantastico.
In ogni occasione mi ritrovo a vedermi e sentirmi bambino.
Non me ne vergogno e riesco anche ad esternare a chi mi è vicino queste esperienze che considero sacre. Sono felice in quei momenti, non rari, di superare ogni paura di giudizio esterno e ogni pregiudizio verso la mia persona.
Spesso, corro allo specchio e cerco di intravvedere i miei caratteri e tratti bambini. Quasi a riunire le mie parti essenziali.
E’ così che ritrovo il mio mezzo sorriso, il mio sguardo, la mia fisionomia, un po’ la postura e soprattutto i miei occhioni innocenti, curiosi e colmi di stupore e ricerca.
Sì, mi rendo conto che il tempo è passato, ma gioisco nel realizzare che quei tratti sono tutt’oggi gli stessi.
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Citazione: Da Il Vecchio e il bambino – Francesco Guccini (Album Radici, 1972)
Foto: storica foto Codiferro – Gianni a 1 anno (1958)
Dalla nascita l’uomo porta il peso della gravità sulle spalle. Ma sotto la superficie dell’acqua siamo liberi.
In quegli anni si andava tutti insieme al mare. Qualche volta con la famiglia allargata e qualche volta solo noi tre, meno frequentemente.
Coppia affiatata con un figlio che cresceva a vista d’occhio.
Si riusciva ogni tanto a fare le vacanze senza presenze di altri, amici o parenti, trovando una dimensione intima e decisamente calda tra noi, perché andavamo d’accordo, anche se non su tutto.
Ma il mare non era più quello di un tempo, era un mare speciale, non vicino alla nostra laguna, anzi lontano, e famoso per le acque cristalline e la bandiera blu.
Era un mare che lambiva le coste di centro Italia o meridionali. Coste di regioni a noi poco note.
Fu in una di quelle volte, che imparammo una cosa inaspettata e decisamente straordinaria.
Partecipammo ad un corso breve di immersione subacquea.
Ci trovavamo in Puglia, alle Isole Tremiti, e i timori ci inchiodavano nell’aderire al corso.
Eravamo entusiasti ma assai intimoriti. D’accordo sapevamo nuotare, ma non eravamo dei provetti. E poi immergersi così non era da tutti i giorni.
La follia di fare una cosa fuori dagli schemi, un po’ estrema per noi, essendo neofiti, ci ha spinto a non escludere l’invito che gli organizzatori avevano rivolto ai turisti di turno. E successivamente ad aderirvi, perché non si può sapere ed apprezzare se non si prova.
Mia moglie decise di non partecipare, accontentandosi di fare nuoto di superfice usando maschera e boccaglio, con l’unico scopo di osservare il fondale marino e la rispettiva fauna.
Noi due invece andammo avanti, incoraggiandoci l’un l’altro. Dopo le lezioni di teoria, molto dettagliate ed interessanti, ci immergemmo guidati da una tutor molto brava e gentile.
Ricordo che, stando tra noi, ci teneva per mano perché voleva essere sicura della buona riuscita della prima esperienza in profondità.
Le bombole pesavano e facilmente ci accompagnarono a circa 20 metri sotto.
Fu bello e difficoltoso stare in equilibrio a quella profondità e contemporaneamente gustare quanto ci circondava e ci passava davanti agli occhi.
Fu anche triste ritornare in superficie, e nel contempo stupendo poter fare questa esperienza insieme. Non la dimenticheremo mai.
Fin qui la descrizione della circostanza.
In me rimane molto chiaro il ricordo di aver vissuto, per circa un’ora, quella sensazione di stare in una bolla quasi silenziosa in cui si potevano udire solo i nostri respiri collegati al respiratore e le bolle d’aria che venivano espulse. Era una bolla che sembrava un altro mondo, il cosiddetto mondo silenzioso (*) descritto da noti esploratori subacquei.
Che emozioni!
Ricordo la gioia di far parte di quella piccola spedizione, di poterlo fare insieme a mio figlio. Ricordo la paura che ci potesse succedere qualcosa e, nello stesso tempo, il senso di calma al pensiero che eravamo scortati da una brava sub.
A parte tutto ciò, il ricordo oggi più forte, molto gradevole, è quella sensazione di libertà per essere in profondità sotto la superficie d’acqua, poter vedere dei fondali bellissimi e sentire una piacevole distanza da tutto il mondo noto.
Non perché uno specifico allontanamento fosse necessario, ma per la possibilità di una pausa speciale, condita da aspetti di novità e di scoperta in un contesto naturalistico di prim’ordine.
Oggi non so ancora se provai soltanto io quelle emozioni e quelle sensazioni. Quello che so è che ritornando a fare “snorkeling” tutti e tre riprendemmo ad immergerci con una nuova consapevolezza.
Non soltanto nuotare, ammirare, esplorare, spingersi giù a scrutare da vicino, ma anche ricercare quella “bolla silenziosa” che può meglio contenerci, mettendoci in una situazione di calma in cui contattare le nostre emozioni primordiali, e ritrovare noi stessi.
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Auspicio: “possiamo presto tornare al mare e vivere le stesse emozioni”
Citazione: Jacques Yves Cousteau
Immagini: Pixabay – Immersioni subacquee I e II
Riferimenti: Il mondo silenzioso, J.Y. Cousteau – Frédéric Dumas – Oscar Mondadori (*)
Certi numeri sono impietosi, ma ciò che conta è che danno l’idea …
E’ proprio così.
Non ci avevo più pensato, pur vedendo negli anni scorrere le date.
Eppure oggi mi spaventa e nello stesso tempo mi entusiasma vedere come ci siamo arrivati e che il desiderio di proseguire ci sia più che mai.
Il desiderio di stare insieme e costruire insieme.
Essere grati alla vita e ricambiare verso gli altri, verso la natura, verso la bellezza che ci circonda.
Facendo semplici le cose che potrebbero essere anche difficili o ritenute complicate.
Quando ci siamo conosciuti, nel 1974, è stato un momento “magico”. Lo sai quello che provai e che ogni tanto tra i tuoi sorrisi ti ripeto allegramente, come fosse la prima volta.
Solo nel 1976 l’amicizia divenne decisamente più profonda e iniziammo una storia d’amore, fatta di vita semplice ed intensa allo stesso tempo, con impegni vari, gli studi, le preoccupazioni familiari, i pensieri per il futuro, tante relazioni sociali e poco tempo per noi.
Ma sullo sfondo c’era già il nostro progetto di vita insieme e tu ne eri grande paladina.
Io ci tenevo tanto ma ero preso da cose come finire l’università, fare il militare, trovare lavoro. Tu serbavi in cuore molte preoccupazioni e speranze per il futuro. Già lavoravi e in un certo senso “aspettavi che io fossi pronto”.
Incerta e titubante come ti consideravi, eri forte e sicura che ce l’avremmo fatta.
E ce l’abbiamo fatta, sposandoci finalmente nel 1984, e vivendo una storia decisamente non facile, per i problemi che vivono tante coppie, ma bellissima e indescrivibile.
Solo i protagonisti di una storia come la nostra possono capire fino in fondo.
Nel 1989 la nostra vita in comune trovò coronamento con l’arrivo di Nicola.
Mi fermo qui, perché qualsiasi altra cosa volessi aggiungere correrei il rischio di rovinare questo stupendo momento, questo ricordo di una unione che ancora oggi mi lascia stupefatto.
E’ quella sensazione per cui qualcuno disse: “Due è per sempre”.
Ecco un altro numero. E questo è un numero per niente impietoso, un piccolo numero, ma assai significativo.
Infatti dà l’idea…
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Citazione, foto e testi by GiFa
Riferimento bibliografico: Due è per sempre di Daniela Fustini GEDI
Mi sento come quel bimbo cui regalano un pacchetto di dolci: i primi li mangia con piacere, ma quando si accorge che gliene rimangono pochi, comincia a gustarli intensamente.
Da qualche anno a questa parte, forse per i cambiamenti importanti che ho incontrato e vissuto, ho ripreso a farmi le domande della vita. Certe domande in particolare, della vita e della morte.
Mi chiedo spesso come sarà e cosa sarà. Non è una novità, mi sono sempre interrogato, ma sono sempre andato di fretta (*) per un motivo o per l’altro, fermandomi poco a stare con me su questi interrogativi.
Forse sono anche fuggito dai dubbi conseguenti, oppure avevo altre domande a cui cercare di dare presto una risposta.
Oggi più che mai ho la sensazione di aver vissuto intensamente, di aver affrontato e anche superato tante prove, di aver fatto una marea di errori accompagnati sempre anche da tante cose belle. Sento intensamente come il tempo sia letteralmente volato e che tanti sogni si siano pienamente realizzati. Sogni e desideri personali, progetti e traguardi cercati e condivisi con altre persone.
Ho anche una sensazione, in genere sgradevole, di “fretta” vissuta eccessivamente. Fretta di partire, di arrivare, di cogliere, di offrire, di esserci, di non mancare, di realizzare, di non perdermi cose importanti, di valore. Nei momenti di pausa mi è sempre arrivata puntuale la consapevolezza che quanto era stato non interessava più a nessuno, perché … acqua che passa non macina più (**), per dirla con una ripetutissima frase di un vecchio collega di lavoro.
Del resto durante la mia vita professionale datata mi affascinava e al tempo stesso mi infastidiva un dirigente che dichiarava spesso a gran voce, e in quest’ambito gli slogan si sprecano, un’altra frase assai significativa: dobbiamo correre fermandoci e dobbiamo fermarci correndo!
Ebbene, l’ho fatto spesso. Nel lavoro e nella vita. Nell’ambito sociale e nell’ambito personale e familiare.
Ho avuto per tanto tempo questa impressione, di fare pausa in piena corsa, pausa perché indispensabile, fisicamente e mentalmente. Ma anche di fare corse sfrenate, con poca pausa, perché le pause interrompono qualcosa di ritenuto priorità assoluta e fermarsi è vergognoso, colpevole …
Ed ecco una prima domanda: ma chi l’ha detto che “dobbiamo”?
Chi l’ha deciso che dobbiamo essere sempre di corsa, e per arrivare dove? Anzi accelerare perché sembrerebbe che non ci fosse più tempo.
E’ proprio il verbo “dovere” che rompe le scatole. E’ un verbo che richiama immediatamente sensi di costrizione, di obbligo, talora l’anticipazione di conseguenze negative nel caso in cui non si riuscisse a svolgere un compito.
Anche da questo deriva l’atteggiamento di “fretta”, almeno per me. Ed è stato così da sempre.
Fin da bambino “dovevo” rispondere alle aspettative altrui. Poi adolescente e giovane adulto “dovevo” comportarmi secondo le giuste regole, a casa, con gli amici, a scuola e negli studi. Poi con la ragazza. Sono sempre stato abbastanza diligente, ma, lo riconosco, sempre un po’ ribelle. Ho avuto la fortuna di riflettere molto su tutto quello che mi capitava, sulle esperienze che andavo facendo, ma ho avuto una fortuna grandissima se penso a quanto mi hanno testimoniato i miei genitori e alla libertà che mi hanno permesso di avere, a quanto mi hanno donato amici veri che ancora oggi ricordo con affetto, a quanto mi hanno maturato le esperienze variegate che ho vissuto. L’incontro con la donna che oggi è ancora mia moglie, è stato alla fine determinante. La relazione con Angela mi ha permesso di crescere e diventare veramente e pienamente uomo. Mi ha aiutato ad esorcizzare la “fretta” distruttiva e a trasformarla, passo dopo passo, in cura per il momento presente.
E’ vero, il tempo finirà per ognuno di noi. Ma se vogliamo possiamo averne cura, qui adesso, e gustarlo intensamente.
Citazione: da “La mia anima ha fretta” di Mario de Andrade
Foto: By Angela Canale – Valle delle Lanze 1 marzo 2021
Note:
(*) fretta: Necessità o desiderio di fare presto: ho f. d’arrivare, di finire; non posso trattenermi perché ho una gran f.; … Include spesso l’idea di rapidità eccessiva; s’accompagna perciò spesso all’agg. o avv. troppo: parli troppo in f.; giudichi con troppa fretta (https://www.treccani.it/vocabolario)
(**) Aghe passade no masàne plui – Friuli Venezia Giulia; Acqua passata non macina mulinu – Calabria. Cosa vuol dire? L’acqua che è già passata sotto la ruota del mulino, non può far muovere la mola per macinare ancora una volta. Si dice per azioni, atteggiamenti, sentimenti che ebbero valore un tempo ma non ne hanno più (da https://dettieproverbi.it/)
Mi scopro essere in un ambiente indefinito e al tempo stesso familiare. Non riconosco persone e oggetti presenti ma ne distinguo fattezze e caratteristiche che comunque mi sembrano non estranee.
C’è una bella luce e mi muovo con agilità come fossi a casa mia.
M’imbatto in un adulto che accompagna un bambino, dapprima assai piccolo, poi nel proseguo un po’ più grande. Parla inizialmente con suoni e parole non ben pronunciate e non chiare nel loro significato. Il bambino ha un bell’aspetto, una bella espressione del viso e sorride. Ha i capelli biondi, corti e solo più avanti intuisco essere una bambina.
Non so quale sia il suo nome e ha inizio un dialogo al quale l’adulto non partecipa, se non a tratti. Più avanti l’adulto, non sono più sicuro sia uomo o donna, sparisce. Forse, essendo impegnato, affida a me la custodia.
Succede che la bambina inizia a rivolgermi domande una dopo l’altra. Non faccio a tempo a pensare alle risposte.
E’ energica, mi spinge ad accompagnarla nei locali in cui ci troviamo. Le chiedo se ha bisogno di me, lei gingilla un po’ e poi mi chiede di aiutarla.
Pare non finire mai, c’è una forte sintonia tra noi. Mi sento quasi paterno, ma che vuol dire paterno?
Protettivo? Sostitutivo di un vero genitore? Ma cos’è “vero genitore”? Supplente? Quasi amico? Custode? Guardiano? Osservatore?
Domande e sensazioni che mi vengono tutte dannatamente assieme come solo in un sogno può capitare. Una magia che sembra realizzarsi in un millesimo di secondo.
E ho la percezione di svegliarmi …
Da svegli è assai difficile avere coscienza di una serie di concetti-stato d’animo, tutti concentrati e uniti in una sola confezione, non per questo oscuri, sacrificati e inutilizzabili, e fruibili in frazioni minuscole di tempo.
Mi ricaccio forsennatamente, almeno così mi sembra, nella situazione.
Riprendo da lì, come un film sospeso, e la bambina, che non pare disposta a darmi spiegazioni leggendomi in anticipo nel pensiero, è ciò che arguisco, mi prende per mano perché ha fretta di uscire all’aperto, dove c’è forse qualcuno ad attendere.
E’ una piacevole situazione questo essere preso per mano. La manina si perde dentro la mia, che non è una manona, eppure è una manina determinata la sua, che sa quel che vuole, che mi dirige.
Mi chiedo: dove andremo? Chi ci aspetta?
Stiamo uscendo dai locali, ma tutto pare evaporare, ci sono persone, un bel po’, irriconoscibili e che si decompongono velocemente, si annullano. La scena, d’improvviso, si frantuma in tantissimi piccole schegge, dalle sembianze di vetro e cristallo.
Sento una voce, e non è nel sogno: prendiamo il caffè?
Sono sveglio, non del tutto. Non vedo più lo scenario precedente, ma percepisco le persone incontrate e la loro presenza invisibile.
Tenendo gli occhi ben chiusi, non ricordo più i tratti delle persone e della bambina. Ricercandola nelle immagini mentali sento una piacevole sensazione, una carezza.
Provo a ricreare le scene vissute, ma sento che è molto diverso, anche se c’è l’illusione di riprendere la storia, da dove è finita. Provo a ripassare dall’inizio, cerco i particolari, i presunti significati, ma non è più come prima.
Apro gli occhi e decido di aprirmi al nuovo giorno.
Mi alzo e, pur intontito, sensazione che mi è molto familiare, assaporo un buon caffè e … buona giornata!
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Immagini: by Pixabay (Bambina per mano e Buon risveglio)
Per moltissime persone la parola del titolo richiama quello che è anche per noi occidentali, ossia il Sabato. Con l’iniziale maiuscola in quanto vuole essere un momento sacro, oltre che di riposo, in altre parole di pausa.
Di solito pensiamo ad una pausa dal lavoro, dallo studio o altro. Insomma ad una vacanza che altro non è che una sospensione di un’attività, di lavoro o di studio, spesso in corrispondenza di particolari ricorrenze o festività (*).
In realtà è una parola che richiama il prendersi cura di sé. Ecco perché “Giorno di Vita”. Giorno sacro.
Il web, quasi sempre ben informato e documentato, la descrive così:
Sebbene lo Shabbat non sia considerata una festività da molte altre culture e religioni, l’ebraismo gli riconosce lo status di gioiosa festività. La halakhah (**) conosce lo Shabbat come la festività più importante del calendario ebraico. Tra l’altro essa:
è la prima festività menzionata nella Bibbia e Dio è stato il primo ad osservarlo;
nella Liturgia lo Shabbat viene paragonata ad una sposa, una regina o un re, come riporta il Mishnenh Torah (***) …
Sappiamo come Shabat o la sua versione anglicizzata Sabbath siano universalmente tradotti come “riposo” o “tempo del riposo … da qui si arguisce che una traduzione più letterale sarebbe “lo smettere” con l’induzione a “smettere di lavorare”. Poiché Shabat è il giorno della cessazione del lavoro, sebbene il riposo ne sia un’implicazione, non è necessariamente una connotazione della parola stessa... Da questa e altre argomentazioni capiamo anche la questione teologica sul perché, nel settimo giorno della creazione, così come riportato nel libro della Genesi, Dio abbia avuto bisogno di riposare. Una volta compreso che Dio ha smesso di lavorare piuttosto che si sia riposato, l’ottica cambia e diventa biblicamente più aderente alla figura di un Dio onnipotente che non ha necessità del riposo.
Quindi, ferma restando questa doverosa chiarificazione, questa voce seguirà la traduzione più comunemente accettata di Shabat con “riposo sabbatico”, da cui pausa di riflessione o periodo sabbatico, comunemente usati.
Bene, e se rivalutassimo il nostro Sabato anche riposandoci di più, ma destinandolo soprattutto ad una vera “pausa”? Se riuscissimo a smettere di fare alcune cose e ne facessimo altre di maggior valore?
Nella mia vita, dal punto di vista dello smettere potrei elencare molte cose: verificare le email, dedicarmi ai media e ai social, rispondere a tutto e a tutti, pianificare le cose da fare nel mese e nella settimana, visionare le ultime notizie verificandone la veridicità, curiosare, giudicare, invadere il terreno altrui, parlare troppo, andare di corsa, ecc.
Dal punto di vista del fare, basterebbe dedicassi maggior spazio al “fare silenzio” intorno a me e dentro la mente, all’essere disponibile all’ascolto di me stesso e degli altri, chiunque essi siano.
Mi è chiaro che quest’ultime cose riescono meglio se si riesce a smettere tutto ciò che riempie e spesso rischia di inquinare il proprio spazio personale.
Mi sto impegnando a provarci, nella prospettiva di riuscire in tutti i Sabati dell’anno a fare ” vera pausa” e a costruire “Giorni di Vita”.
Fonti e riferimenti:
Wikipedia: ogni passo in corsivo e asteriscato
in particolare: (*) https://it.wikipedia.org/wiki/Shabbat – (**) Halakhah (in ebraico הלכה) è la tradizione “normativa” religiosa dell’Ebraismo – (***) La Mishneh Torah (in ebraico מִשְׁנֶה תּוֹרָה o “Ripetizione della Torah”) sottotitolato Sefer Yad HaHazaka (ספר יד החזקה “Libro della Mano Forte,”) è un codice ebraico scritto da Maimonide che è uno dei rabbini più importanti della storia ebraica. Il Mishneh Torah fu compilato tra l’anno 1170 e il 1180. .. Mishneh Torah consiste di quattordici libri suddivisi in sezioni, capitoli e paragrafi. È l’unica opera medievale che riporti nei particolari tutte le osservanze e pratiche ebraiche, incluse quelle leggi che furono applicabili solo durante l’esistenza del Tempio di Gerusalemme, e un’opera molto importante nell’Ebraismo.
Foto: in evidenza by Wikipedia photo – Rituale havdalah di chiusura (Spagna XIV secolo)
Galleria immagini: Il riposo dello Shabbat (Samuel Hirszenberg) – Le candele dello Shabbat (entrambe by Wikipedia photo) – The Torah (Pixabay) – Hanukkah (Pixabay)
Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato. […] La fede, proprio perché è atto della libertà, esige anche la responsabilità sociale di ciò che si crede.
Premetto due cose: siamo nella settimana santa che per i Cristiani dovrebbe avere un senso molto speciale, da oltre 2000 anni; e la citazione su riportata è un po’ il mio credo, da sempre.
Pesah o Pèsach, come spiega bene una fonte web, è la cosiddetta Pasqua ebraica, che dura otto giorni e che ricorda la liberazione degli Ebrei dall’Egitto e il loro esodo verso la Terra Promessa.
Pesah, nei testi sacri dell’Ebraismo, indica particolarmente la cena rituale celebrata di notte in ricordo di quella che aveva preceduto la liberazione dalla schiavitù in Egitto. I sette giorni successivi vengono chiamati “Festa dei Pani non lievitati” o azzimi. Questa settimana trae origine da un’antica festa per il raccolto delle prime spighe d’orzo e il loro utilizzo per preparare focacce senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Pesach, quindi, segna il principio della primavera ed è anche chiamata “festa della primavera”.
Mi piace ricordare questi aspetti della Pasqua perché non è indifferente per me viverla intensamente ogni anno, come è avvenuto da sempre nella mia vita. Anche se il ricordo vivido riguarda l’infanzia, almeno dai sette anni d’età. Era il periodo in cui avevo iniziato a fare il chierichetto nella parrocchia di origine, e venivo molto coinvolto.
Sto quindi parlando di oltre mezzo secolo fa.
Venivo molto coinvolto perché ripetutamente richiesto, e se da un lato è probabile che non ci fossero grandi disponibilità a servire le varie funzioni religiose, dall’altro mi piaceva pensare che ci tenessero a contare su di me, mi sentivo utile più che usato.
Partecipavo a molte celebrazioni e riti fin da piccolo, anche a raffica, uno dopo l’altro nella stessa giornata. Del resto in quegli anni c’era molta domanda di “religiosità”.
Come che sia, la Pasqua nella mia vita ha sempre voluto significare, grazie agli stimoli materni e paterni, ma soprattutto dalle “spinte” motivazionali di mia madre, un momento di revisione a cominciare dalle piccole cose quotidiane. Mi faceva andare in crisi questa cosa, ma poi c’era qualcosa che mi attraeva.
Una crisi pilotata che voleva dire dare un bel calcio convinto ad abitudini e comportamenti non giustificabili o superflui. Non solo attenzione alle spese e ad evitare eccessi alimentari, ma anche al modo di comportarsi, di parlare, di ascoltare.
Sono sincero, mal sopportavo certe esortazioni domestiche coerenti con le “direttive” dei preti della parrocchia, allora molto numerosi e assai presenti nelle famiglie del luogo.
E’ chiaro che non trovavo naturale applicare un protocollo che sentivo imposto e non sano, essendo previsto per un periodo di tempo limitato e spesso troppo concentrato. E questo mi sollecitava pensieri di incoerenza.
Come a dire: abbiamo assolto al nostro dovere, ora siamo liberi … Oppure per essere migliori occorre essere perfezionisti in certe modalità celebrative.
Questo percepivo, non tanto in famiglia, ma nel contesto esterno, negli ambienti ecclesiali, in qualche rapporto parentale, a scuola e tra i compagni.
Balzando rapidamente all’oggi, trovo invece che quelle esperienze mi siano servite. Mi hanno aperto scenari importanti, all’epoca sottovalutati. Non solo. Utili ad interpretare l’epoca in cui viviamo, il cui contesto è cambiato.
Oggi non ci sono più esortazioni, direttive, preti presenti come un tempo. Siamo veramente in un altro mondo …
E quindi è interessante fare dei confronti per essere consapevoli di quanto è avvenuto, provando ad andare oltre.
Sui temi di fede perdurano i miei tanti e continui dubbi, ma mi sento molto in sintonia con una parte degli insegnamenti cristiani, che spesso confronto con le scritture autentiche dell’Ebraismo.
La sintonia cui faccio riferimento parte dalla riscoperta, comunque non recente, dell’essenzialità.
Intendo dire che per me è sempre più essenziale ispirarsi agli insegnamenti dei Vangeli come dei Libri del ricchissimo Antico Testamento, cercando di viverli nel concreto.
E soprattutto senza fare di questa testimonianza un “murales” … Cosa assai impegnativa, essendo divenuta la visibilità un elemento quasi irrinunciabile per chiunque.
Su questa cosa sto riflettendo molto, ma al momento sono felice di poggiare la mia esistenza su di un primo importante pilastro: la responsabilità sociale di ciò che si crede.
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Citazione: dalla apostolica di Papa Benedetto XVI (by Porta Fidei L.A. n. 10)
La Settimana Santa è la settimana principe per il Cristianesimo. Vengono celebrati gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni di vita di Gesù, che comprendono in particolare la sua passione, morte per cocifissione e resurrezione nel terzo giorno successivo. In tutto il mondo, la maggior parte dei cristiani chiama Settimana Santa il periodo che volge dalla Domenica delle Palme al Sabato Santo, che precede la Pasqua, cioè la domenica in cui si celebra solennemente la resurrezione di Gesù dalla morte di croce. La Pasqua è la massima solennità della fede cristiana e in occidente si celebra ogni anno la domenica che segue la prima luna piena di primavera (tra fine marzo e aprile).
Ogni anno, mi ritrovo ad interrogarmi su questo appuntamento, che fin da bambino ho vissuto in maniera intensa per partecipazione agli eventi ecclesiastici, per desiderio crescente di cambiamento, per condivisione con familiari e con cari amici, per adesione di fede.
Adesione tutt’altro che “tranquilla”. Direi fatta di tanti dubbi e tante speranze, allo stesso tempo.
Ma adesione basata sull’affidarsi a qualcosa che mi è stato trasmesso con solida intenzionalità e che sostengo ogni giorno grazie al mio affidarmi a qualcuno o qualcosa che è più grande di me e di noi ed in quanto tale decisamente misterioso.
In questi giorni che compongono la cosiddetta “Settimana Santa”, mi va di considerarla come la “settimana maggiore” perché è proprio in questi giorni che abbiamo una nuova possibilità. Quella di ripartire dalle cose che contano, e di farlo con maggiore forza e determinazione.
A tal riguardo mi aiutano alcuni spunti tratti da un testo di Papa Francesco, in cui apparentemente fuori dai canoni strettamente religiosi, si valorizza questa possibilità ulteriore offerta all’essere umano, tenendo bene in conto quanto stiamo vivendo qui e adesso.
Per me si tratta di guardare con maggior attenzione dentro di me e intorno a me, cercando di lasciare indietro ogni peso inutile o nocivo, con la necessaria gradualità
Ecco gli spunti di questa “settimana maggiore”.
La pandemia è un segnale di allarme su cui l’uomo è costretto a riflettere. Questo tempo di prova può così diventare tempo di scelte sagge e lungimiranti per il bene dell’umanità.
Siamo a uno snodo cruciale per l’umanità, messa in pericolo anche da un altro terribile virus che può essere più letale del Covid-19: quello dell’egoismo, che si trasmette con la convinzione che la vita migliora, se le cose vanno meglio per me; che tutto andrà bene, se andrà bene per me […] Ed ecco l’ingiustizia sociale, la diseguaglianza di opportunità, la mancanza di protezione dei più deboli.
Questa epoca insidiosa solleciti e scuota le nostre coscienze assopite e distratte e ci incoraggi a creare una conversione umana ed ecologica che metta fine all’idolatria del denaro.
Le priorità sono la vita e la dignità.
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Descrizioni e significati:
Settimana Santa – Hebdomas Sancta or Hebdomas Maior, “Settimana Maggiore”, dal latino e Ἁγία καὶ Μεγάλη Ἑβδομάς, Hagia kai Megale Hebdomas, Santa e Grande Settimana, dal greco antico e moderno
Fonti e riferimenti:
. Wikipedia per citazione e intoduzione
. Dio e il mondo che verrà – Jorge Mario Bergoglio, ed. Piemme